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Articoli News ed Eventi nel mondo dell'RFiD
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Perchè l'RFiD non decolla?
Sono diversi i motivi per cui il mercato RFiD in Italia non decolla. Analizziamo la situazione:
False aspettative sull'RFiD
Il primo motivo di "Stop" all'RFiD è dettato dagli operatori che in italia si occupano della diffusione della tecnologia: Troppo spesso questa viene spacciata come "la soluzione per tutto" e come una tecnologia in grado di "fare tutto". Niente di più falso! Questa tecnologia può migliorare molto la vita quotidiana ed il processo di business applicando il concetto di "internet of things" o per essere un pò meno criptici, realizzare quelle soluzioni software in grado, attraverso l'RFiD di permettere la trasmissione di informazioni dagli oggetti agli operatori ed ai sistemi, comportandosi sia come repository di memorizzazione (la memoria del transponder), sia come puntatore logico attraverso l'UID ad entità dinamiche (i database industriali che contengono le informazioni).
La non chiarezza e trasparenza, nonchè il tenere spropositatamente "gonfio" il prezzo della tecnologia ha permesso a questi "quattro cavalieri dell'apocalisse" di schiacciare il mercato e non espandere la tecnologia in italia.
Custom Transponder
La premessa necessaria a qualsiasi indagine sulla produzione e sull’impiego delle tecnologie RFID è che ambiti applicativi diversi richiedono tecnologie (e quindi prodotti) diversi. In altre parole, non esistono ad oggi soluzioni “chiavi in mano” valide per tutti gli ambiti merceologici: (quasi) ogni progetto richiede ricerche ed applicazioni specifiche.
Se prendiamo ad esempio un grande magazzino, troveremo che il tag RFID da impiantare all’interno del segmento “abiti” è diverso da quello utile nel segmento “contenitori in plastica”: questo perché le modalità di rifrazione/taglio di frequenze delle onde inviate dai tag variano a seconda delle superfici e dei tessuti impiegati o attraversati. Non tenere conto di queste differenze porta a applicazioni inefficaci.
Da qui costi elevati di ricerca e sviluppo, e rallentamenti nella penetrazione di mercato della tecnologia: le caratteristiche del singolo RFID vanno studiate e implementate caso per caso.
Stato dell’ArteQuali gli ambiti applicativi consolidati?
Ci sono oggi sperimentazioni in tutti gli ambiti industriali e commerciali, e sono molti i campi in cui le RFID hanno già cominciato a dispiegare le proprie potenzialità. Tuttavia, una differenziazione va operata a seconda degli ambiti geografici di cui si parla: in Italia (ed in una certa misura in Europa) siamo ancora piuttosto indietro; i paesi di punta sono quelli dove esistono mercati più fiorenti, e cioè quelli estremo orientali (Cina e Giappone in testa) ed in subordine gli Stati Uniti. Quindi, nelle aree in cui il mercato è in espansione, si sviluppano progetti più ampi e ambiziosi e contestualmente fioriscono tentativi di applicazione delle tecnologie su scale differenti (talvolta anche a livello di singola azienda).
In Cina, in particolare, si assiste ad un processo di sperimentazione (e poi di introduzione a regime). delle tecnologie RFiD lento ma costante. A trainare la carovana sono le grandi istituzioni pubbliche: in diversi ministeri, ad esempio, le RFID vengono già oggi impiegate per la tracciabilità dei documenti ufficiali. Sempre in Cina, inoltre, applicazioni consolidate esistono già nel campo della movimentazione merci e del ticketing (leggi: check in check out dei passeggeri in aereoporti).
A questa vivacità livello di ambiti applicativi, fa da contraltare altrettanta dinamicità a livello di produzione di tecnologia. Anche qui, la presenza di un mercato fiorente ha portato allo sviluppo di una costellazione di aziende, che interagiscono ed in alcuni casi collaborano tra loro in sedi di ricerca e sviluppo [questo anche in ragione del fatto che nessuna realtà di piccola o media dimensione sarebbe in grado di fare ricerca e sviluppare da sola il prodotto necessario ad ogni dato mercato. È tanta la vivacità dei mercati, in questi paesi, che in alcune aree (ad esempio l’area metropolitana di Shenzen) sono già nati dei “Cash and Carry” di prodotti RFID, dove le imprese interessate trovano tutte le soluzioni necessari per loro.
Negli Stati Uniti le applicazioni più ampie e colsolidate restano quelle iniziate già nel 2003 dalla catena di grande distribuzione Wal Mart e dal Ministero della Difesa. Si tratta di macro- progetti che mettono in rete le diverse esperienze condotte, su scala più ridotta, dalla stessa catena e dai suoi fornitori. L’ obiettivo di Wal Mart è quello di arrivare, nel tempo, a inserire un RFID in ciascuno dei prodotti che vende: ad oggi tuttavia microchip di tipo RFID sono impiegati solo in alcuni dei punti vendita della catena (stima: 10% del totale). Il freno principale rispetto alle possibilità di impiego standard su tutti i prodotti è dovuto alla necessità di impiegare chip diversi per le diverse tipologie merceologiche (ci vorrebbero almeno 20 tipi di RFID diversi per “coprire” tutte le tipologie di oggetti venduti dalla catena e su ogni singolo prodotto vi sarebbe un’efficienza differente).
Sono invece pervasivi gli impieghi dei chip per la gestione della logistica, a tracciare le relazioni tra la catena ed i suoi fornitori.
In Italia, per converso, le tecnologie RFID non hanno ancora trovato impiego standardizzato su larga scala in alcun ambito. Esistono per converso diversi progetti- pilota, in ambiti diversi: si va dal settore aeroportuale (RFID impiegati per la gestione sperimentale di alcuni varchi merci di Malpensa) alla movimentazione delle merci (gestione e controllo dei container, a Vicenza) all’esperienza dell’ATM a Milano. Tuttavia, sono molte le storie di insuccesso in questo senso: sperimentazioni fallite, progetti- pilota pensati e mai realizzati, etc.
In generale, l’iter che porta alla stabilizzazione d’uso della tecnologia è del tipo seguente: prima si fa una sperimentazione su scala limitata in un progetto pilota; quindi, se l’applicazione ha successo, la si “stabilizza” come standard in un ambito circoscritto, salvo poi eventualmente allargarne l’uso ad un comparto intero. Le prospettive
In prospettiva, il range degli ambiti applicativi per le RFID è delimitato solo dalla fantasia. Sicuramente, almeno per quanto è dato vedere fino ad oggi, i settori dove le tecnologie in oggetto potranno dispiegare i vantaggi più tangibili e corposi saranno:
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certificazione di autenticità
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logistica (c.d. “spunta alla ribalta”)
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controllo di qualità dei passi di produzione
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sigilli di garanzia
Le ragioni del ritardo italiano
Dietro alle difficoltà sopra documentate ci sono cause diverse:
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Deficit di competenze e cultura tecnologica da parte di coloro che dovrebbero implementare gli strumenti RFID entro gli ambiti dati
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Impossibilità materiale per le singole aziende di affrontare gli elevati costi di R&D associati alla singola applicazione, mancanza di un mercato di competitor ed acquirenti sufficientemente ampio, ridotta attitudine alla collaborazione tra singole imprese dello stesso campo.
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Incertezza rispetto ai ritorni economici degli investimenti compiuti, per cui molti rinunciano ad affrontare i costi di ricerca (che sono spesso nell’ordine di decine di migliaia, o centinaia di migliaia di euro)
Questo atteggiamento attendista/ impaurito, tuttavia, rischia di avere pesanti ricadute in futuro. Imparare a conoscere ed usare la tecnologia oggi, infatti, consentirà di comprendere meglio (e anche di sprecare meno denaro) domani, quando le tecnologie RFID saranno consolidate e non sarà possibile fare a meno di impiegarle nel proprio ambito produttivo/ merceologico.
Dalle RFID come vantaggio alle RFID come bisogno
Oggi, l’impiego delle RFID viene visto dai produttori e dai potenziali acquirenti tutt’al più come una sorgente (potenziale più spesso che acclarata) di vantaggio. Il quadro, potrebbe mutare anche rapidamente laddove i vantaggi associati al suo impiego venissero compresi e condivisi appieno dagli addetti ai lavori e dal grande pubblico, divenendo un bisogno più che non un esotismo per smanettoni. Se io mi rendo conto che posso acquistare il biglietto del concerto semplicemente “puntando” il mio cellulare (dotato di tecnologia NFC) sul manifesto del concerto, e posso accedere allo stesso concerto senza alcun biglietto, attraverso il semplice riconoscimento automatico del mio cellulare ai varchi di ingresso, comincio a percepire la presenza dei RFID sul mio cellulare come una caratteristica necessaria, e non più come una arcana diavoleria per smanettoni.
Tra l’altro applicazioni del tipo descritto, già tentate con successo in paesi non lontani come la Turchia, potrebbero altrettanto bene essere realizzate anche in un paese come l’Italia, dove il tasso di penetrazione dei telefoni cellulari è tra i più alti di tutto l’Occidente. Nel momento in cui la consapevolezza rispetto alle nuove possibilità data dalle tecnologie RFID diverrà condivisa, spiega Patierno, si potrebbe arrivare rapidamente ad una situazione in cui “non si possono non avere gli RFID montati sui propri cellulari” (leggi: quando la tecnologia RFID verrà percepita come un bisogno, essa si potrà affermare rapidamente).
Il mercato delle RFID
Il mercato delle RFID, almeno in Italia, è ancora un mercato depresso. In Europa, anche grazie ai provvedimenti in favore della liberalizzazione delle frequenze varati dalla Commissione, il mercato si sta gradualmente allargando. Migliori sono le condizioni negli Stati Uniti, ed ancor più in Estremo Oriente.
Nel nostro paese, anzitutto, sono relativamente pochi gli attori che si occupano di RFID. Certo, c’è chi ne parla (ad es. la Fondazione Bordoni, o il Garante od il Ministero). Ma sono pochi coloro che si occupano del settore a livello industriale.
Nel merito, la filiera industriale relativa alle RFID è concettualmente scomponibile in due sotto- filiere: da una parte la filiera b2b, dall’altra la filiera b2consumer. Ad oggi, tale differenziazione non è ancora visibile in pratica, ma mano a mano che le RFID si affermeranno saranno le tecnologie stesse a marcare la differenza tra i due segmenti. Infatti in ambito b2b si useranno tecnologie radianti, per poter fare letture multiple su lunghe distanze (un esempio per tutti: la logistica).
In astratto, possiamo raffigurare la filiera come composta da tre attori principali:
Ciò detto, almeno per quanto riguarda il sub- segmento b2consumer, molto del successo delle RFID dipenderà dall’atteggiamento delle grandi società di telefonia. Quando le Telco decideranno di investire sulla tecnologia NFC (Near Field Communication), allora le porte si potrebbero aprire per una quantità virtualmente sconfinata di applicazioni via cellulare.
Profili di PrivacyIl grande fratello è già qui
Già oggi, costruire identità fasulle è semplicissimo. E semplicissimo è anche reperire (comprandole o trafugandole) tutte le informazioni che si posso desiderare, su chicchessia. In questo senso, possiamo dire che per praticare furti di identità (o di pezzi di identità) non c’è alcun bisogno delle RFID "a più persone do i miei dati, più sono esposto".
Al contrario, l’impiego della tecnologia RFID renderà più difficile la pratica del furto d’identità. Si pensi per esempio alle carte d’identità: oggi è relativamente semplice rubare o falsificare una carta d’identità. Domani, quando ogni carta d’identità sarà associata ad una stringa numerica univoca, sarà possibile disattivare la carta non appena essa viene smarrita, e risulterà impossibile falsificarla.
Certo, se si usano delle RFID con chip “open” (cioè prive di numero seriale univoco), il rischio di essere clonati è estremamente alto. Ma è sufficiente usare dei chip a seriale unico per rendere le attività di contraffazione più difficili, se poi volessimo tutelare anche gli “eventuali” dati in esso contenuti, potremo usare dei chip cript, che possono essere violati, ma con attrezzature e conoscenze da ricerca universitaria.
Certo, se quando ad esempio porto a casa un nuovo Rolex decido di mantenere attivo il tag RFID ad esso associato, ed il tag non impiega metodi di crittaggio dei dati, allora potrei essere facilmente tracciato. Ma gli strumenti per tutelarsi (in termini tecnologici e di scelta individuale del consumatore) ci sono tutti. Inoltre, il grado di rischio per l’utente finale sarà funzione anche della qualità complessiva del sistema congegnato: se system integrator ed azienda hanno pensato l’impiego del tag RFID in modo intelligente (per esempio impiegando tecnologie di crittaggio dei dati personali, o prevedendo un comando automatico di disattivazione delle parti di chip che contengono dati personali all’atto dell’acquisto) i rischi per l’utente finale saranno ancor più limitate. E similmente saranno limitati i rischi se l’utente avrà consapevolezza rispetto alla presenza ed al modo di funzionamento del RFID montato sulla merce acquistata.
Inoltre, non dimentichiamo che le RFID nascono per consentire l’identificazione dei prodotti, non degli utenti: se non si inseriscono informazioni relative a questi ultimi, i rischi di uso distorto dei segnali RFID si riducono di molto. Sotto tutti questi punti di vista, quindi, una buona progettazione del sistema consente di superare molti dei rischi potenziali in ordine alla privacy.
Un discorso analogo può essere fatto rispetto ad un’altra preoccupazione ricorrente associata alle RFID: quella cioè di poter essere invasi di pubblicità indesiderata a partire dai dati che seminiamo. Anche qui, siamo noi a fornire quotidianamente i dati in ordine alle nostre abitudini d’acquisto (attraverso le nostre tessere- socio, attraverso iscrizioni online e offline) e anche qui è già massiva la quantità di pubblicità indesiderata che riceviamo.
In un mondo popolato di RFID, non vi sarà alcun mutamento qualitativo sotto questi punti di vista: se noi non daremo la nostra disponibilità ad essere tracciati o contattati, questo non accadrà. E viceversa.
Normativa
A livello normativo, non esistono nel nostro paese (né in Europa, né in altre parti del globo) leggi specifiche atte a regolare l’impiego delle RFID. Allo stesso tempo, tuttavia, le regole esistenti in materia di privacy sono più che adeguate a tutelare i cittadini: in Italia, ad esempio, è già oggi prevista la proibizione di “profilare” gli utenti (a meno di loro esplicito consenso) ed è parimenti proibito l’”impianto” sul corpo di qualsiasi artefatto atto a controllare e tracciare i comportamenti.
A normativa vigente, per fare un altro esempio, il venditore è già tenuto a disattivare il tag RFID eventualmente presente su un bene al momento del perfezionamento dell’acquisto.
Dal lato della relazione tra azienda ed impiegato, d’altra parte, esistono norme altrettanto severe. Quando, in passato, si sono scoperti casi di uso fraudolento dei tag RFID da parte di aziende del nostro paese, i giudici hanno punito le violazioni in modo esemplare (in un caso, ad esempio, l’azienda X aveva impiantato dei tag RFID nei badge dati ad alcuni dei suoi dipendenti, e piazzato dei reader in diverse zone dell’azienda, per tracciare i movimenti dei soggetti),
Per converso, la normativa avrebbe probabilmente bisogno di trovare un aggiornamento per quanto concerne la regolamentazione delle responsabilità degli intermediari informativi. In questo ambito, infatti, la norma è lacunosa e male applicata.
Alla luce di quanto siamo venuti dicendo, non sarebbe neppure utile normare in dettaglio l’impiego delle RFID: diversamente dovremmo pensare di creare nuove leggi per ogni nuova tecnologia che viene sviluppata. A tutelare i cittadini ed i consumatori dovrebbero invece intervenire adeguate attività di informazione e sensibilizzazione: con un semplice marchio sul prodotto taggato, i consumatori potrebbero sapere della presenza di un tag RFID; con adeguate campagne di informazione potrebbero capirne le implicazioni e decidere autonomamente se schermare, o disattivare (o magari lasciare attivo) il tag.
E si torna al tema di cui sopra: quando il sistema è fatto bene, esso prevede sempre adeguati strumenti di controllo per l’utente.
La verità è che le RFID non sono nient’altro che un layer di comunicazione, e come tali vanno trattate.
Il tema della consapevolezza
Il vero tema, è quello della consapevolezza dei cittadini rispetto alla protezione della propria identità. Si tratta, in altri termini (ed a monte del ragionamento specifico sulle RFID) di acquisire coscienza rispetto ai rischi associati alla circolazione ed ai possibili usi fraudolenti dei dati personali individuali.
Inoltre, il crescere della consapevolezza dei cittadini rispetto alla presenza ed alle caratteristiche dei tag RFID consentirà di superare virtualmente tutti i problemi ipotizzabili: nessuna forma di spionaggio sulla mia carta di credito contactless, ad esempio, è possibile se solo io doto il mio portafogli di un semplice lamierino in metallo.
Oggi, questa consapevolezza diffusa ancora non esiste, e questo impone gravi limitazioni alla possibilità delle tecnologie RFID di dispiegare appieno le proprie potenzialità. Oltretutto, dato ancor più grave, la consapevolezza dei benefici potenziali associati alle RFID non manca solo a livello di cittadinanza, ma anche (almeno in Italia) a livello di attori industriali e progettisti: è così grande il deficit di “intelligenze” singole e di “sistema” tra di esse, che solo ora stanno nascendo i primi corsi di formazione nel settore. In particolare, pongo l'accento sui “Corsi di certificazione RFID”: realizzati in collaborazione con i principali player italiani del settore (Calearo Group, Caen Italia, MRFID) essi puntano a formare system integrator competenti e consapevoli.
Dal punto di vista della cittadinanza, una “chiave” importante sarebbe riuscire a creare percorsi di apprendimento e sensibilizzazione sulle RFID all’interno delle scuole. Se riuscissimo a coinvolgere gli studenti in esperienze di progettazione e impiego delle tecnologie RFID (ad esempio con applicazioni collegate alla telefonia) otterremmo come risultato cittadini più consapevoli, e competenti, domani.
L’insostenibilità (tecnologica ed economica) di una “Echelon RFID- based”
Immaginare un sistema di spionaggio basato sulle RFID è irrealistico per diverse ragioni.
In primis, progettare e realizzare sistemi di monitoraggio su larga scala è irrealizzabile dal punto di vista tecnologico. Si consideri ad esempio che, solo in Italia, viaggiano ogni anno tra i 50 ed i 100 miliardi di beni: se anche ciascuno di questi beni fosse equipaggiato con un tag RFID, e qualcuno provasse a “intercettare” le informazioni veicolate dagli stessi tag, tanto il tracking quanto l’elaborazione dei dati sarebbero irrealizzabili. Questo perché, semplicemente, non esiste (né sarebbe conveniente creare) un elaboratore che svolga un lavoro di questo tipo.
Il secondo aspetto ha a che vedere con i profili economici.
Non solo: sui grandi numeri, spiare attraverso trasponder RFID non è tecnologicamente praticabile (vedi sotto). E non è economicamente praticabile "ci sono tecnologie che consentono di fare le stesse cose a costi molto più bassi".
Oltre ai fattori economici, inoltre, a disincentivare lo spionaggio via RFID vi sono anche motivazioni di carattere tecnologico. Qui, il punto è che ai fini dello spionaggio industriale oggi c’è già tutto quello che serve, sia in termini di strumenti di “offesa” che di “difesa”. E le tecnologie oggi disponibili consentono di praticare la raccolta e l’elaborazione dei dati in modo più economico di quanto non accadrebbe con RFID: non si vede allora perché eventuali malintenzionati dovrebbero abbandonare i sistemi consolidati e, affrontando tra l’altro costi elevatissimi, passare a sistemi di tracking ed elaborazione basati sulla tecnologia RFID. I rischi per la salute
A questo livello, possiamo dire che la tecnologia RFID UHF non è ancora stata impiegata a sufficienza per poter valutare i rischi effettivi. Inoltre, gli studi ad oggi effettuati si concentrano solo sugli effetti di radiazioni omogenee per frequenza ed intensità, mentre i segnali RFID sono diversi a seconda che si parli di emissione o risposta. Mancano del tutto studi epidemiologici (tranne il c.d. studio “Reflex”). Per la tecnologia HF (e.g. NFC) invece, l’uso costante dei sistemi antitaccheggio nei supermercati da decine di anni in tutto il mondo, che viaggiano su frequenze simili, può farci dormire sogni più tranquilli.
-- Questo articolo è stato redatto in collaborazione con il dott. Giovanni Arata --
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La Regione Lombardia ha promosso per i dipendenti delle aziende operative nel proprio territorio un voucher del valore di 1.400 euro da spendere per un corso di formazione a scelta dello studente, da svolgersi nelle opportune sedi certificate dalla regione stessa. La società CorsiSoftware.com in collaborazione con Calearo e Caen RFiD, hanno appoggiato un'operazione con finalità di divulgazione e certificazione degli operatori del settore ideata da Patierno Corrado. Il titolo del corso è relativo ai sistemi e alle tecniche di progettazione e programmazione di apparati Rfid in ambito logistico ed al termine dello stesso il corsista otterrà una CERTIFICAZIONE Full RFiD Architect (progettista, configuratore ed installatore di sistemi RFiD) convalidata da CAEN RFiD e CALEARO, ad oggi i maggiori produttori di HardWare RFiD. Le lezioni saranno attivate nel periodo ottobre 2007-maggio 2008 e gli orari decisi sulla base delle esigenze manifestate dai partecipanti. Per avere accesso al finanziamento basta presentare la domanda entro la prima settimana di ottobre e garantire la presenza effettiva alle lezioni. “Meglio mettersi in lista il prima possibile”, affermano gli organizzatori. “Il bando rende disponibile un totale di 9 milioni di euro ed è prevedibile che si esauriranno presto. Ogni allievo sarà tenuto a versare solo una piccola quota di 90 euro per le spese amministrative, che sarà chiesta nella fase di avvio del corso”. Il percorso formativo, condiviso e concordato tra le società, sarà della durata di 30 ore finalizzato all'acquisizione di una competenza trasversale nell'ambito dell'identificazione a radiofrequenza mirando alla progettazione, installazione, configurazione, taratura e problem solving di soluzioni Rfid. “Il nostro corso non è rivolto solo ai tecnici, ma soprattutto agli architetti di sistema”, afferma su Rfid Italia Giovanni Grieco, direttore commerciale di Caen: “Nostra intenzione, infatti, è formare delle figure professionali di livello medio-alto nella system integration che, sulla base delle necessità manifestate dalla clientela, siano in grado di fare loro le proposte Rfid più ottimali. Per questo riteniamo che una buona padronanza della tecnologia Uhf sia fondamentale: perché ci pare quella più versatile sul fronte della progettazione, dunque non solo per un tecnico, ma prima di tutto per un system integrator”. Ma quanti sono in Italia i professionisti capaci di offrire queste competenze? “A nostro giudizio il numero di system integrator realmente esperti in tecnologia Rfid Uhf operativi oggi in Italia è ancora relativamente basso. Talvolta si tratta di professionisti capaci che hanno, più che altro, una conoscenza artigianale acquisita sul campo, degli autodidatti con un po' di letteratura alle spalle”, risponde Grieco: “La grande maggioranza delle aziende che producono servizi informatici, invece, ha un'idea davvero relativa di come funzioni l'identificazione con Rfid Uhf. Nell'ambito delle trenta ore del corso, pertanto, vogliamo cominciare a fornire quegli elementi di base indispensabili per chi vuole rivolgersi a questo mondo: a partire da una prima disamina dei concetti base fino all'utilizzo pratico degli apparati che Caen oggi è in grado di fornire”. Secondo gli esperti del settore, l'utilizzo dell'identificazione a radiofrequenza è un processo destinato a svilupparsi in modo sempre più diffuso. “Le aziende decidono di adottare l'Rfid per due motivi principali”, conclude Grieco. “Il primo: perché qualche grande gruppo ha imposto ai propri fornitori un mandato di conformità in tal senso. Come Metro, per esempio, che dal 1° ottobre se riceverà pallet non taggati imporrà una multa di un euro circa per spedizione. Il secondo motivo: si stanno presentando sempre più di frequente in Europa casi di aziende che hanno individuato nell'Rfid Uhf delle grandi opportunità di risparmio e di ottimizzazione di processo. La crescita, dunque, a nostro giudizio sarà duplice: da una parte ci saranno sempre più esempi di filiere produttive indotte 'obtorto collo' e, dall'altra, quelle in cui l'adozione dell'identificazione a onde radio avverrà come scelta spontanea, in nome della convenienza e del vantaggio”. Al termine del percorso formativo organizzato dalla Regione Lombardia verrà rilasciata una certificazione di qualità congiunta che identifica nell'allievo una figura professionale qualificata sulle soluzioni e sugli apparati Caen e Calearo. Corrado Patierno Scarica la brochure del corso
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Come avrete notato, il sito RFiD GURU è rimasto disattivato per un pò di tempo, tutto grazie ad ARUBA (o meglio A-RUBA) che oltre fornire servizi Sql Server non degni di questo nome (ricordiamo che Community Server, piattaforma su cui gira RFiD GURU necessita di quel database), è riuscita a migrare i Name Server e DNS in soli 7 giorni !
Alla fine siamo sempre QUI.
Vi prego quindi di non abbandonarci, anzi di registrarvi al sito!
Corrado Patierno
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Vi presento il filmato HF. Come potete vedere dal disegno, l'accoppiamento di potenza / Trasmissione binaria, avviene dall'interferenza delle linee di flusso generate dal primario (Reader) sul secondario (TAG). Questa tecnologia, non permette grandi distanze di lettura, ma permette la definizione certa della presenza del campo magnetico, permettendo l'accostamento di più varchi o di apparati handheld vicino al campo senza generare problemi o cali di prestazioni.
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Roma - Grazie alla collaborazione del Ministero della Difesa, che impegna la banda UHF per alcuni ponti radio ad uso militare, il Ministero delle Comunicazioni ha recentemente liberalizzato le frequenze UHF comprese fra 865 e 868 MHz per le applicazioni RFID (Radio Frequency Identification) ad uso civile. Il nuovo decreto, firmato dal Ministro Paolo Gentiloni, permetterà l'installazione di apparati - sia indoor che outdoor - con una potenza di 2 watt, espandibile a 4 watt con particolari tipi di antenna. Si tratta di una mossa di portata ben più ampia rispetto a quella inizialmente prospettata: va ricordato come solo alcuni mesi addietro Franceso Troisi, direttore generale programmazione e gestione delle frequenze del Ministero delle Comunicazioni, disse che il Ministero della Difesa aveva intenzione di chiedere una moratoria per i sistemi outdoor, limitandoli a 500 mW. "La banda di frequenze 865-868 MHz può essere impiegata, su base di non interferenza e senza diritto a protezione, ad uso collettivo da apparati a corto raggio per le apparecchiature di identificazione a radiofrequenza (RFID), aventi le caratteristiche tecniche di cui alla decisione 2006/804/CE. Tali applicazioni sono soggette al regime di libero uso ai sensi dell'art. 105, comma 1, lettera o) del Codice delle comunicazioni elettroniche, emanato con decreto legislativo 1° agosto 2003", si legge nel testo del decreto ministeriale. I maggiori produttori, operatori e professionisti italiani del settore RFID hanno applaudito il provvedimento, affermando che questo crea finalmente le condizioni necessarie al decollo del mercato RFID nel nostro paese e posiziona l'Italia allo stesso livello degli altri paesi europei. "Per la nostra associazione INDICOD-ECR / GS1 Italia, che rappresenta EPCglobal in Italia, questa notizia è particolarmente importante anche a fronte dell'impatto che avrà sui nostri membri - circa 33mila aziende tra produzione e distribuzione - che saranno nei prossimi anni potenziali utilizzatori di questa tecnologia", ha commentato Pierluigi Montanari, business development area manager di INDICOD-ECR. Tra i professionisti del settore c'è anche però chi esprime alcune perplessità, specie in tema di privacy e salute, ed invita il Governo a regolamentare il settore con norme più severe. Punto Informatico ha raccolto a tal proposito il commento di Corrado Patierno, noto esperto di tecnologie RFID che in passato ha già più volte trattato questi temi su queste pagine. L'opinione di Corrado Patierno Attualmente il mercato italiano degli operatori è composto da pochissimi pionieri e "primi attori" e tante piccole e medie realtà che si avvicinano al mondo RFID con ottime campagne di marketing ma, spesso, con scarse conoscenze tecniche e normative in materia. In questa situazione l'apertura così repentina del mercato outdoor rischia di trasformarsi in un'arma a doppio taglio: molti operatori rischiano di commettere grossolani errori di progettazione per inesperienza, minando la credibilità della tecnologia RFID e bruciando somme di denaro non trascurabili. Va infatti ricordato che, nella sua fase pilota, un progetto RFID richieda generalmente investimenti nell'ordine de 20-30mila euro, e nella fase esecutiva le somme richieste possano superare i cinque zeri. Le frequenze UHF a 2 watt, a differenza dei sistemi HF, non hanno un campo ben delimitato, in quanto utilizzano il campo elettrico (di tipo radiante) per la trasmissione della potenza e dei dati. Questa tecnologia, nello specifico, è fortemente soggetta a problemi di riflessione e rifrazione del segnale, che se non adeguatamente schermato può generare errori o disturbi anche ad una trentina di metri di distanza. Ciò che rende questi sistemi così "delicati" non è tanto il processo di radiocomunicazione (tra l'altro viene sfruttato un sistema simile per l'autenticazione dei cellulari alle stazioni radio), quanto il protocollo utilizzato, che non adotta alcun meccanismo di autosincronizzazione: un sistema di questo tipo permette a due stazioni trasmittenti che incrociano il segnale di sincronizzarsi in modo da non disturbarsi ed impedire le letture. Facciamo un esempio pratico: immaginiamo di avere un'industria manifatturiera che per l'ingresso merci utilizzi il sistema UHF per eliminare la spunta alla ribalta. In condizioni di normalità arriva il camion che scarica il materiale (immaginiamo lamierini in metallo) che, se adeguatamente etichettati con tag RFID, vengono letti ed identificati da un gate a 2 watt ed immagazzinati per la produzione. Fin qui tutto bene. Ad un certo punto il produttore dei lamierini, per esigenze di tracciabilità, decide di equipaggiare i camion per il trasporto di reader UHF, eventualmente con un'emissione anche minore di 2 watt. Quando il camion scaricherà il materiale i due reader, quello del camion e quello della spunta, andranno in conflitto impedendo le letture. Se i reader avessero avuto un protocollo tale da permettere l'autosincronizzazione tale problema non si presenterebbe. Ovviamente questo è un caso limite, ma se i reader fossero nello stesso stabilimento? Magari uno per la spunta alla ribalta e l'altro per la logistica interna? Se il disturbo non avvenisse sempre ma in maniera sporadica (magari perché il segnale viene riflesso più volte sul prodotto in lettura e genera disturbi a decine di metri di distanza)? La difficoltà di implementazione di queste soluzioni è palese, almeno quanto lo era utilizzare i primi hub WiFi per creare reti wireless che coprissero adeguatamente aree molto vaste: oggi molti produttori di apparati WiFi hanno in catalogo prodotti enterprise che usano protocolli propietari autosincronizzanti più o meno efficaci. Ci sono ancora altri due rischi da sottolineare. Il primo è legato alla privacy: adesso chiunque può mettere un apparato in radioemissione (magari nell'insegna del negozio) per catturare le informazioni contenute nei tag non disattivati. Il secondo è legato alla salute: una ricerca lo scorso anno aveva già messo in guardia sui potenziali rischi genotossici legati all'uso di radiofrequenze con pattern simili a quelli di RFID, anche se con frequenze e valori di potenza superiori. C'è già chi si immagina un futuro in cui sarà necessario girare con un'analizzatore di spettro portatile per sapere se qualcuno ci sta spiando. Questo ci fa capire quanto sia importante un organo competente che, coadiuvato da norme specifiche, possa effettuare severi controlli sulle emissioni per tutelare la privacy e la salute delle persone. Articolo ed opinione a cura di Punto Informatico e Patierno Corrado
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Roma - "Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici", la nuova federazione nata dalla fusione di Federcomin e FITA, e la Fondazione Ugo Bordoni hanno illustrato, alla presenza del Sottosegretario alle Comunicazioni Luigi Vimercati, il Libro Bianco RFID. Si tratta di un'indagine a tutto campo sugli aspetti tecnici, applicativi e normativi delle tecnologie Radio Frequency IDentification. Dalla lettura del rapporto emerge come il mercato RFID in italia sia ancora in fase embrionale (15 milioni di euro il suo valore) e come questa situazione sia derivata, oltre che da una scarsa conoscenza della tecnologia in esame da parte di tutti gli attori, anche dalla normativa italiana: questa, infatti, pone vincoli troppo restrittivi sull'uso delle frequenze UHF a scopo civile, incluse quelle necessarie per i tag RFID. Un problema che Vimercati si è ripromesso di risolvere quanto prima. "La Commissione europea ha stabilito che i paesi della UE liberino entro sei mesi frequenze UHF per apparecchiature RFID, così da rimuovere i limiti che di fatto hanno finora bloccato lo sviluppo di tali dispositivi", si legge in una nota del Sottosegretario alle Comunicazioni. "Il Ministero delle Comunicazioni si adopererà, contando anche sulla disponibilità del Ministero della Difesa, per promuovere la diffusione delle applicazioni RFID, le quali consentiranno di elevare sempre più la qualità dei prodotti e dei servizi che le utilizzeranno, garantendo di riflesso una maggiore tutela dei cittadini. E senza perdere di vista la sicurezza e la tutela della privacy". A dimostrazione del fermento che c'è sul mercato attorno alla tecnologia RFID, nell'ultimo periodo sono state annunciate due importanti operazioni strategiche: l'acquisizione da parte di Motorola di Symbol, uno dei maggiori player internazionali del mercato RFID, e l'accordo di collaborazione tra Caen RFID ed Intel per lo sviluppo di nuovi reader RFID UHF. Alla presentazione ha partecipato anche il Direttore Generale per la Pianificazione e la Gestione dello Spettro Radioelettrico del Ministero delle Comunicazioni, l'ing. Francesco Troisi, che ha delineato le novità che l'UE e il Governo italiano si accingono ad introdurre in ambito RFID. Tra queste novità c'è l'approvazione a Direttiva comunitaria della Raccomandazione ERC/REC 7003 per la normalizzazione delle frequenze radio a livello europeo, e quindi anche la radioemissione UHF per l'RFID. L'Italia ha ora sei mesi di tempo per recepirla e adeguare il proprio spettro di radiofrequenza ammettendo la soglia dei 2 watt di radioemissione UHF per l'RFID.
Per l'adeguamento alla nuova Direttiva il Governo ha però facoltà di chiedere una moratoria, cosa che farà ma solo per le applicazioni outdoor: in questo modo intende garantire al Ministero della Difesa il tempo necessario (due anni) per aggiornare i suoi canali di radiocomunicazione point-to-point outdoor che usano le stesse frequenze. Già dal prossimo anno saranno invece permesse tutte le applicazioni indoor. Il Ministero delle Comunicazioni deve inoltre decidere se liberalizzare completamente la frequenza UDF (come ha fatto, ad esempio, per il Wi-Fi indoor) oppure sottoporre ogni richiesta ad una autorizzazione generale. La differenza è puramente formale: per l'autorizzazione generale è necessario inoltrare una richiesta al ministero delle Comunicazioni indicando il luogo dove si intende radioemettere; se non si ottiene risposta entro quattro settimane l'autorizzazione viene tacitamente concessa. Questa soluzione permetterebbe al Ministero di esercitare un maggior controllo sulle radioemissioni, soprattutto nella fase sperimentale. Oggi, e per i prossimi 6 mesi, è possibile inoltrare al Ministero delle Comunicazioni una richiesta di sperimentazione con indicazione del luogo e dell'applicazione che si intende fare della tecnologia. Il costo della richiesta di sperimentazione (sempre concessa per l'indoor) è di poche centinaia di euro. Poiché già si sono registrati tentativi di truffa, con cospicue richieste di denaro (anche fino a 20mila euro) da parte di operatori che promettevano agevolazioni nell'ottenimento di una fantomatica "licenza di radioemissione UHF", il Ministero ha specificato che non può sussistere una licenza di radioemissione in quanto la suddetta prevederebbe l'esclusività d'uso della frequenza: in altre parole, se un apparato disturbasse quella frequenza dovrebbe cessare l'attività (ad esempio, le frequenze GSM/UMTS per la fonia mobile), cosa che non è fattibile per l'essenza stessa dei sistemi RFID (10 canali disponibili). La conferenza di presentazione si è poi chiusa con una tavola rotonda a cui hanno partecipato gli attori della filiera italiana dell'RFID, che hanno commentato positivamente gli sviluppi che queste aperture porteranno nel mercato italiano. Da sottolineare come purtroppo, durante la conferenza, non si siano toccati due temi di importanza strategica: privacy e salute. Come sottolineato in alcuni precedenti articoli sull'RFID pubblicati su Punto Informatico, un forte limite allo sviluppo della tecnologia è dato dal trattamento dei dati necessari per l'uso dei tag RFID in luoghi pubblici. È inoltre importante effettuare ricerche in merito alla campanella d'allarme sulla salute lanciata da una recente ricerca sugli effetti delle radiofrequenze emesse da certi tipi di tag RFID. Tra le novità tecniche affaciatesi di recente sul mondo RFID vi è il primo radar RFID. Prodotto dalla sudafricana Trolleyscan, si tratta di un dispositivo che utilizza tre o più antenne direzionali per identificare la posizione spaziale dei tag RFID. Il limite di questa tecnologia in Europa è di circa 4 metri per i tag passivi e di 20 metri per quelli semipassivi. La precisione di collocazione spaziale è nell'ordine dei 50 centimetri su singola lettura ma addirittura di 1 millimetro per quel che riguarda gli spostamenti lineari. Il sistema base (2D radar) è composto da tre antenne sistemate su di un'asta a distanze diverse che, emettendo su canali differenti, riescono ed evitare di interferire tra loro e ricevere i segnali con una sfasatura sufficente al calcolo per la triangolazione della posizione. Possono verificarsi "collisioni" (ossia dal calcolo matematico il tag potrebbe essere in due posizioni distinte e speculari) ma un software ad hoc è in grado di identificare la posizione del tag in modo univoco. Tale sistema, purtroppo, funziona per il momento solo con tag prodotti dalla stessa azienda che ha sviluppato il radar, ma in futuro Trolleyscan prevede di adeguare il proprio radar allo standard EPC. Corrado Patierno
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Roma - Nel corso degli ultimi mesi si sono tenuti a Bruxelles diversi incontri tra produttori, system integrator e Commissione Europea per la definizione di standard europei relativi alla tecnologia RFID. L'impatto economico previsto dallo sviluppo della tecnologia RFID è nell'ordine delle migliaia di miliardi di euro. Cifre di tutto rispetto, che meritano tutta l'attenzione della Commissione Europea: quest'ultima dovrà incentivare la diffusione di questa tecnologia attraverso standard chiari e semplici che tutelino i diritti degli utenti in ambito di privacy, salute e prezzi. Già dalla prima sessione, denominata The Internet of things, sono emerse chiaramente le strade percorribili per permettere l'uso corretto della tecnologia RFID: definire uno o più standard comuni per la comunicazione e definire un protocollo che consenta l'interoperabilità tra le applicazioni lungo la catena del valore dei prodotti (quindi dalla materia prima al consumatore). A tal fine è stata dedicata una sessione specifica per lo studio dei casi di applicazione esistenti in Europa. I primi due giorni di giugno 2006 si è tenuto a Bruxelles un importante workshop dedicato a due temi fondamentali della tecnologia RFID: l'interoperabilità delle applicazioni e lo spettro di frequenze da utilizzare. L'evento ha reso più chiaro il percorso che la Commissione Europea intende adottare per la standardizzazione di RFID in Europa. Purtroppo il workshop, che ha visto una forte presenza di relatori e imprese americani, svizzeri, tedeschi, francesi e inglesi, è stato quasi del tutto ignorato dagli italiani: non solo non c'era nessun relatore italiano coinvolto nei temi chiave del dibattito, ma anche tra il pubblico gli italiani erano solo due (compreso il sottoscritto). Questo ha inevitabilmente portato l'asse delle scelte comunitarie più vicino agli interessi tedeschi ed americani, interessi che non sempre sono i più corretti sotto il punto di vista della tecnologia e dell'interoperabilità. Durante il primo giorno, le discussioni si sono incentrate sull'interoperabilità tra i sistemi informatici per permettere le transazioni business-to-business automatizzate con RFID. Ogni speaker ha apportato, attraverso le sue esperienze progettuali, un differente modo di vedere il concetto di interoperabilità applicato soprattutto alla logistica del business-to-business. Si è anche parlato degli standard attualmente presenti: dal packaging al trasporto, dalla ricezione all'apposizione delle etichette con i codici a barre. Non si è invece toccato il punto cruciale: la definizione di uno standard comune. Per essere più chiari, tutti gli speaker hanno chiesto uno standard comune di interoperabilità "open source", ma nessuno è stato realmente in grado di proporre una soluzione valida. In merito allo spettro di radiofrequenze, tutti i relatori si sono detti favorevoli all'utilizzo di sistemi UHF EPC Global Gen 1 e 2, coperti da un brevetto del MIT. Non essendo possibile l'uso di frequenze compatibili con lo standard americano (915 MHz), molti si orientano all'uso di una frequenza ridotta (868 MHz): purtroppo in gran parte degli stati europei (Italia compresa) questa frequenza è riservata ad utilizzi militari. C'è inoltre da osservare che lo scarto di frequenza tra USA ed Europa renderà impossibile l'interoperabilità tra i rispettivi tag UHF. È poi stato fatto presente alla Commissione che l'uso di una sola frequenza non chiude le casistiche d'uso dell'RFID, che in certi ambiti d'applicazione (ad esempio, quello di materiale sanitario, liquidi e metalli) utilizza tecnologie LF o HF (125 Khz o 13,56 Mhz). Sulla tutela alla salute degli operatori e degli utenti, si è tenuta una sessione speciale nella quale sono stati presentati diversi studi e ricerche per assicurare la piena bio-compatibilità degli apparati. Durante questa sessione è stata presentata una ricerca del Prof. Franz Adlkofer, chiamata REFLEX in cui campioni biologici sono stati esposti per 24 ore ad una frequenza di circa 2 GHz a 2 watt di potenza (dunque molto al di sopra delle frequenze e dei valori di potenza dell'RFID). I risultati hanno mostrato che i valori di genotossicità (cioè il livello di errori genetici durante le replicazioni cellulari) dei campioni esposti erano quattro volte superiori alla norma. Per meglio chiarire gli aspetti di questa ricerca abbiamo intervistato il Prof. Paolo Ravazzani, ricercatore dell'Istituto di Ingegneria Biomedica ISIB Sezione di Milano del CNR, presente come relatore al workshop. Sui temi dell'RFID è stata aperta una consultazione pubblica, accessibile qui, per permettere a tutti di fornire spunti di riflessione alla Commissione Europea. Dai risultati raggiunti dalla pubblica consultazione, si aprirà una conferenza finale il 16 ottobre a Bruxelles. L'importanza della partecipazione a questa consultazione è stata sottolineata dallo stesso commissario europeo Viviane Reding. "Dobbiamo cercare, con la partecipazione di tutti, un accordo sul futuro della tecnologia RFID e fare in modo che questa tecnologia sia all'altezza del suo potenziale economico", ha detto Reding. "Per questo è necessario creare delle condizioni che agevolino il suo utilizzo nell'interesse generale, consentendo ai cittadini di mantenere il controllo sui loro dati personali. In una comunicazione prevista per il dicembre 2006, la Commissione Europea spera di assumere questa doppia responsabilità". Di seguito l'intervista a Ravazzani. Corrado Patierno - Prof. Ravazzani, lei è stato l'unico italiano a partecipare come relatore al WorkShop sulla tecnologia RFID organizzato dalla Commissione Europea l'1 e 2 giugno scorsi. Come commenta la scarna presenza italiana a questo evento? Paolo Ravazzani - L'evento è stato sicuramente di grande rilievo dal momento che si occupa di una tecnologia di così grande impatto ed espansione. Mi ha perciò stupito la limitata presenza di operatori italiani, anche in confronto alla partecipazione di altri operatori del settore. Forse la concomitanza del Workshop con altri eventi nazionali ed internazionali ha obbligato molti a valutazioni e scelte. CP - Può descriverci brevemente l'attività della sua unità nel settore dell'impatto dei campi elettromagnetici sulla salute? PR - Da molti anni ci occupiamo di applicazioni biomedicali dei campi elettromagnetici (CEM). Per quanto concerne i possibili effetti biologici dei CEM, stiamo approfondendo sia lo studio dei possibili effetti dei telefoni cellulari GSM ed UMTS sul sistema uditivo nell'uomo e nell'animale, sia aspetti di dosimetria dei CEM nei sistemi biologici. Questo in stretta relazione con alcuni progetti multicentrici della Commissione Europea, che abbiamo ideato, progettato e che sto dirigendo in qualità di Coordinatore (FP5 GUARD, EMFnEAR DG SANCO, FP6 EMF-NET). In particolare, EMF-NET è un'azione coordinata della Commissione Europea che coinvolge oltre 40 centri di ricerca in Europa, con lo scopo di fornire interpretazione dei risultati scientifici dei progetti di ricerca europei e non. CP - Durante il Workshop il prof. Adlkofer ha illustrato i risultati, per nulla incoraggianti, della ricerca REFLEX sugli effetti dei CEM sui sistemi biologici, e quindi anche sull'uomo. Il suo intervento è invece più tranquillizzante, può spiegarcene il motivo? PR - In qualità di Coordinatore di EMF-NET ho cercato di fornire un quadro dello stato dell'arte dei risultati delle ricerche che la Commissione Europea recentemente ha supportato circa l'esposizione a frequenze legate ai dispositivi RFID. Nessun progetto europeo ha studiato questa tipologia di frequenze e modulazioni, focalizzandosi invece soprattutto sulla telefonia mobile. In linea generale i numerosi progetti europei condotti negli ultimi anni su differenti target biologici e modalità non hanno evidenziato prova certa di effetti e danni. Siamo però ancora in attesa dei risultati di alcuni progetti chiave, come INTERPHONE, uno studio epidemiologico su larga scala legato alla possibile connessione fra vari tipi di cancro e uso dei telefonini. Questi risultati saranno disponibili solo nel 2007. Circa i risultati del progetto europeo REFLEX, il suo Coordinatore Prof. Franz Adlkofer, dopo aver sottolineato che in gran parte dello studio nessun effetto è stato individuato, ha sì descritto qualche risultato in cui sono apparsi alcuni effetti potenzialmente genotossici, ma ha sottolineato che nessuna conclusione può essere tratta da essi prima che altri studi indipendenti abbiano ripetuto la ricerca, confermandone o meno i risultati. Condivido pienamente le sue conclusioni. CP - Secondo lei è dunque necessario continuare la ricerca prima di lanciare eventuali campanelli d'allarme. Verso che direzione? PR - Molte ricerche sono state svolte e molti risultati sono ormai consolidati. Ci sono però ancora priorità di ricerca che EMF-NET ha segnalato in un recente documento (reperibile qui). Come già accennato, sono estremamente insufficienti le ricerche nelle cosiddette "frequenze intermedie" utilizzate dalla maggior parte dei dispositivi RFID, e perciò esse sono incluse nella lista di priorità per la ricerca futura, tenendo conto anche l'impatto sia attuale che futuro di questa tecnologia nel tessuto sociale. CP - Considerando che il processo di comunicazione dei sistemi Rfid è fondamentalmente diverso dal processo di comunicazione standard (poiché avviene una trasmissione di potenza anziché di segnale), emettere 2 watt fissi con frequenze UHF può essere un azzardo tecnico nei confronti delle persone esposte? Secondo le norme europee quanto tempo una persona può essere esposta ad una emissione simile? PR - Come già sottolineato, gli studi specifici sulle frequenze e modalità di emissione dei dispositivi RFID sono pochi e non consentono di fare alcuna considerazione generale. Per quanto riguarda le norme, i sistemi RFID ricadono nella normativa vigente nelle varie nazioni, che spesso si rifà alla raccomandazione della Commissione Europea emanata nel 1999 (Council Recommendation 1999/519/EC) circa l'esposizione della popolazione. Per l'esposizione dei lavoratori, nel 2004 è stata emanata una Direttiva (European Parliament Directive 2004/40/EC) a cui tutti i paesi UE devono adeguarsi entro pochi anni. Nello specifico, qualunque sistema basato su RFID deve rispettare sia le norme di prodotto che di esposizione in vigore nel paese in cui viene collocato. Articolo e intervista a cura di Corrado Patierno
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Rimini - La tecnologia RFID si sta facendo strada anche là dove, fino a pochi anni fa, era difficile immaginarne l'uso. Uno degli esempi più emblematici è dato dalle protesi dentarie, che presto saranno in grado di "raccontare la propria storia" inviando qualche manciata di byte via etere. Una volta tanto la strada è stata tracciata da un italiano, il dott. Angelo Varriale, che presso la recente fiera odontoiatrica Amici di Brugg 2006, ha presentato al pubblico il prototipo di una protesi odontoiatrica in cui sono stati impiantati due tag RFID sperimentali. Di primo acchito, il trapianto di etichette wireless nella bocca dei pazienti appare una violazione alla legge sulla privacy, che vieta l'impianto nel corpo umano di transponder. Parlando con l'ideatore, il dott. Varriale, si comprende però che la scelta di sposare le protesi odontoiatriche con i tag RFID è stato dettato da motivi di tutela legale nel rapporto medico-paziente. La norma 42/93 obbliga i medici a mantenere una documentazione completa dei materiali utilizzati e delle visite di controllo effettuate nei primi 5 anni della vita dell'impianto. Attualmente, il tracking delle visite di controllo periodiche a cui il paziente dovrebbe sottoporsi (anche per riadattare l'impianto nel tempo) avviene esclusivamente con il registro delle visite posseduto dal medico. Si sono verificati casi di pazienti che, nonostante non avessero correttamente adempiuto all'obbligo di sottoporsi alle visite di controllo periodiche, dopo un danno derivato da un mancato riadattamento dell'impianto hanno contestato il buon lavoro fatto dal medico, citandolo per danni. In tali casi il solo registro del medico specialista può risultare insufficiente per provare che il paziente non ha adempiuto al suo dovere di farsi controllare. Da questa problematica legislativa è nata l'idea del dott. Varriale di utilizzare l'RFID come identificativo e memoria digitale in cui registrare gli interventi, i materiali utilizzati e le visite di controllo effettuate, rendendo assai più semplice - e soprattutto difficilmente contestabile - la verifica della veridicidità delle affermazioni del paziente. Ad ogni visita di controllo il dentista registrerà infatti nell'impianto data ed ora della visita con il relativo esito. L'inventore italiano ha spiegato che le protesi dentali RFID, oltre a fornire all'odontoiatra una più solida tutela legale, serviranno anche ai pazienti per far verificare il persorso clinico dichiarato dal medico nella documentazione con quello realmente effettuato. Per quel che riguarda gli aspetti relativi alla privacy, i tag utilizzati sono di tipo criptato e solo il medico che ha eseguito l'impianto conosce il codice necessario ad attivare o disattivare il chip. Il prototipo mostrato a Rimini montava due tag ISO 11784/11785 da 134,2 kHz con diametro di 2 millimetri e lunghezza di 13 mm confezionati in siringa sterile. Corrado Patierno
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Roma - Il CNIPA (Centro Nazionale per l'Informatica nella Pubblica Amministrazione) ha avviato un'iniziativa per valutare, nell'ambito delle tecnologie AIDC (Automatic Identification and Data Capture), la fattibilità di progetti RFID orientati al miglioramento della Pubblica Amministrazione (PA). Per questo scopo ha costituito un gruppo di studio finalizzato a definire i vari aspetti tecnici e normativi che riguardano l'uso di questa tecnologia e a definire le iniziative sperimentali in questo campo. L'RFID non è attualmente diffuso nella PA, ma i suoi impieghi potenziali possono essere particolarmente significativi, per esempio per la gestione documentale, per la gestione di beni patrimoniali e culturali, e per la tracciabilità alimentare in strutture sanitarie pubbliche. Il fine del CNIPA, dunque, in un paese nel quale non mancano le società specializzate nel settore RFID che operano anche a livello internazionale, sarà dunque quello di promuovere l'impiego di queste tecnologie nella PA attraverso la valorizzazione del patrimonio di conoscenza nazionale che caratterizza le aziende di settore e di guidare e supportare le PA nella conoscenza e nell'impiego dell'RFID. SU queste premesse, nel primo semestre del 2006 si terrà un convegno di studio nel corso del quale saranno presentati i risultati delle audizioni. Valutiamo più attentamente le motivazioni che hanno spinto il CNIPA verso l'RFID e l'impatto che queste tecnologie avranno nella PA. Quotidianamente assistiamo a fatti (o misfatti) che in una società moderna andrebbero ritenuti inaccettabili: i dati forniti dallo stesso CNIPA per l'ambito sanitario parlano di 52.000 errori clinici nel 2005 (il 60% dovuto ad inefficienze, il 27% ad errori di dosaggio o scambio di farmaci, e il restante a diverse cause tra cui l'errata individuazione del paziente); molti casi di mense di caserme, scuole, ospedali dove sono serviti cibi di non sicura provenienza, scaduti o peggio adulterati; tempi biblici per l'elaborazione o la ricerca di una pratica; beni culturali che restano stipati in magazzini dimenticati nei sottoscala dei musei. Solo la lungimiranza di alcuni amministratori in settori di nicchia, nel passato, ha permesso l'adozione di tecniche e tecnologie innovative per la riduzione degli errori, dei tempi e quindi dei costi, rendendo alcune parti della PA piccole isole felici più efficienti. Attualmente, questo dislivello tra i settori della PA non è più accettabile, sia per garantire un servizio paritario ad ogni cittadino, sia perchè il costo non è più sostenibile da un'economia in continua accelerazione e concorrenza con i mercati asiatici. L'orientamento primario del CNIPA è quello di ridurre i costi della PA fornendo servizi sempre più innovativi e di qualità. Da un documento dello stesso CNIPA traspare l'idea che l'evoluzione tecnologica di ambienti ERP-CRM integrati con la tecnologia RFID possa portare a grandi innovazioni nella PA in quanto questa tecnologia permette di orientarsi verso: - la tracciabilità di beni: nel flusso di controllo, per l'autenticazione, per la sicurezza, per l'archiviazione. - la percezione dei bisogni delle persone: agire sulla base delle loro preferenze, desideri, necessità, salute e benessere. Il ruolo del CNIPA è anche quello di evitare gli sprechi in direzioni di ricerca che evitino facili entusiasmi derivati da troppo frettolose analisi di mercato o da piani di fattibilità basati su stime illusorie. Per meglio incasellare questa attività analiticamente, il CNIPA spezza le attività strategiche di ricerca in sei fasi ben definite che attraverso un percorso graduale porta alla scelta sull'adozione o meno di una tecnologia. Allo stato, il CNIPA sulla tecnologia RFID si posiziona ancora nella primissima fase. Coinvolgendo attivamente parti importanti della PA come il Ministero dell'Economia e delle Finanze, il Senato, il Ministero della Difesa, le ASL, la Scuola Superiore della PA ed il Poligrafico, il CNIPA ha ipotizzato le linee di azione necessarie per strutturare dei progetti atti alla riqualificazione della PA mediante la tecnologia RFID, suddividendoli in due categorie: applicazioni consolidate che possono essere implementate sin da subito ed applicazioni sperimentali che necessitano delle fasi di studio-prototipazione-verifica dei risultati. Tra le applicazioni consolidate troviamo il "controllo accessi", i "sistemi di pagamento", la "gestione delle Biblioteche", l'"identificazione e controllo animali di allevamento". Queste applicazioni sono ormai di uso comune: il controllo accessi mediante tesserini RFID è all'ordine del giorno in molte realtà industriali; i sistemi di pagamento (carte di credito dei circuiti Visa e Mastercard) a breve conterranno il "chippettino" RFID per divenire senza contatto; la gestione delle biblioteche è una realtà come in Biblioteca Lancisiana a Roma (sistema Pergamon); l'identificazione degli animali di allevamento è un'applicazione ormai nota (ad esempio i veterinari applicano dei transponder 14443A agli animali domestici, opzionalmente al classico tatuaggio). Le idee derivate dall'auditing effettuato dal gruppo di studio per le applicazioni sperimentali invece sono quelle che presumibilmente daranno grandi opportunità alla PA per ridurre i costi e rendere efficace la sua azione, come ad esempio: - Per l'ambito sanitario: l'adozione di sistemi di tracciabilità per pazienti attraverso l'uso del bracciale elettronico, l'adozione di strumenti e procedure nuove come il carrello intelligente per i farmaci o lo scaffale intelligente, il tracking dei tessuti per trapianti, delle cartelle cliniche, delle sacche o bocce di sangue per trasfusioni, delle apparecchiature di pregio (defibrillatori, monitor parametrici, respiratori, ecc...), dei farmaci. - Per l'ambito alimentare: l'adozione dei sistemi di tracciabilità alimentare associati ad un sistema di tracking dei pasti per mense di ospedali, scuole, caserme. - Per l'ambito di archiviazione delle pratiche amministrative: l'adozione di sistemi di tracciabilità delle pratiche e dei faldoni attraverso l'uso di scaffali intelligenti e varchi di associazione tra chi "lavora la pratica" e le "pratiche prelevate" dall'archivio. Riqualificazione degli archivi mediante la riclassificazione degli stessi per unità fisiche con lo standard internazionale ISAD(G). - Per la gestione del patrimonio culturale: l'adozione di sistemi di identificazione dei reperti archeologici o delle opere d'arte per migliorare lo stoccaggio del materiale non collocato in spazi museali, oltre la conoscenza in tempo reale della collocazione del patrimonio stesso. E' evidente che se l'uso dell'RFID nei progetti sperimentali dimostrerà la sua efficacia con una riduzione dei costi o con un aumento della qualità delle prestazioni erogate, il processo di innovazione che sta portando la PA verso l'uso della tecnologia RFID subirà un'accelerazione: questo determinerà, di conseguenza, anche un sempre maggiore impatto sul nostro stile di vita quotidiano. Ad esempio, in futuro potrebbe diventare finalmente possibile conoscere lo stato delle nostre pratiche semplicemente visitando un certo sito web. Corrado Patierno
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Roma - Negli scorsi giorni sono giunte dal mondo degli RFID due notizie di particolare rilievo, probabilmente destinate ad estendere significativamente l'uso e la diffusione degli ormai famosi chippetti a radiofrequenza. Il primo annuncio è di Philips, che nei propri laboratori di ricerca ha sviluppato un tag RFID che opera a 13,56 Mhz interamente basato su uno speciale polimero plastico. Contrariamente ai chip di silicio, che prevedono tre fasi produttive - stampaggio antenna, produzione del chip, assemblaggio delle componenti -, la tecnologia messa a punto dalla società olandese permette la stampa del chip direttamente nel substrato insieme all'antenna, unificando il processo di produzione in una sola fase. Questa tecnologia, una volta affinata, dovrebbe aprire la strada alla produzione di tag a basso costo in grado di sostituire i vecchi codici a barre. La presentazione della tecnologia è avvenuta in occasione dell'International Solid State Circuits Conference (ISSCC) di San Francisco, dove Philips ha presentato i risultati della ricerca portando anche un "generatore di codici" a 64 bit in grado di programmare i chip con il codice necessario per creare tag univoci. "La realizzazione di tag RFID in plastica in grado di operare a 13,56 MHz è il primo passo per l'accettazione della tecnologia RFID su vasta scala", ha dichiarato Leo Warmerdam, senior director di Philips Research. "Per accelerare la commercializzazione di questa tecnologia stiamo esplorando la possibilità di svilupparla in collaborazione con terze parti". Dopo i display Polymer Vision e la recente dimostrazione della capacità di memoria di alcuni polimeri, i tag RFID in plastica rappresentano il terzo campo di applicazione dell'elettronica organica sviluppata da Philips. "La produzione di tag RFID a basso costo è uno degli obiettivi fondamentali da perseguire per rendere i benefici di questa tecnologia alla portata di tutti", ha spiegato a Punto Informatico Corrado Patierno, esperto italiano del settore: "Il processo di produzione in una sola fase messo a punto da Philips costribuisce certamente ad abbattere i costi di fabbricazione dei tag". Va detto come anche la tedesca PolyIC stia collaborando da circa due anni con Lufthansa per lo sviluppo di tag RFID in plastica da utilizzare nel campo aereonautico (logistica, tiketing, sicurezza). Hitachi ha invece annunciato lo sviluppo del chip RFID più piccolo al mondo, con dimensioni di 0,15 millimetri quadrati e uno spessore di appena 7,5 micron. Comparato con la versione precedente (0,30 mm2 x 60 µm), la superfice si è ridotta ad un quarto. Questi chippetti si prestano particolarmente bene ad essere inseriti all'interno della carta, e quindi in biglietti o persino banconote. Il colosso giapponese sostiene che la nuova tecnica di produzione permette di triplicare la resa produttiva per singolo wafer, con un conseguente abbattimento dei costi. Attualmente i chip hanno una capacità di 128 bit, funzionano nella gamma di frequenza dei 2,45 GHz, e possiedono un codice identificativo univoco memorizzato nella ROM. Hitachi sta anche lavorando per aumentare la distanza di lettura e ridurre le dimensioni dell'antenna (esterna al chip). l'obiettivo è arrivare alla produzione di un chip di piccole dimensioni con la tecnologia "double side electrode" per creare tag di dimensioni esigue con antenna integrata. "Presumibilmente, per la produzione di chip con antenna integrata, Hitachi dovrà migrare dai 2,45 ai 5,4 GHz usando la tecnologia UWB (Ultra Wide Band), che permette la trasmissione di energia con micro-implulsi su un più ampio spettro di frequenza", ha spiegato Patierno. "Difficilmente comunque potremo aspettarci tag microscopici che permettono letture ad una distanza superiore al centimetro (già un bel traguardo!) poichè, come spiegato nei miei articoli di approfondimento sugli RFID, la distanza di lettura e la potenza di ricezione/trasmissione sono funzione della dimensione dell'antenna: tanto è più piccola, tanto meno i tag saranno performanti. Ricordo inoltre che in Italia ed in molti stati dell'Unione Europea le frequenze usate da Hitachi non possono essere sfruttate da apparati RFID". Articolo a cura di Punto Informatico e Patierno Corrado
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Negli articoli della serie Viaggio nel mondo dell'RFID si è approfondito il funzionamento e le applicazioni della tecnologia RFID in Italia e all'estero. Riepilogando brevemente, si è detto che la tecnologia RFID in banda UHF su protocollo EPC/EPC2 non è utilizzabile perchè le emissioni ammesse per le frequenze utilizzabili in Italia sono così ridotte da renderne l'applicazione inutile (letture inferiori a 10 cm). Inoltre le frequenze utilizzabili non sono unificate a livello mondiale. La tecnologia contemplata nella specifica ISO18000-3 (ISO 15693-14443A/B), con frequenza di 13,56 MHz, è meno performante e più costosa della tecnologia UHF ma è l'unica che, in Italia, può essere utilizzata senza particolari restrizioni (letture fino ad 1 metro circa). Inoltre tale frequenza è standard in ogni parte del mondo. Di recente, diverse società italiane si sono già dette pronte a commercializzare le prime applicazioni basate sulla tecnologia UHF, ma lo stato attuale delle cose rende tali affermazioni assai poco realistiche. A mio avviso, infatti, in Italia la tecnologia UHF non sarà implementabile prima dei prossimi 3-5 anni. Il Piano Nazionale di Ripartizione delle Frequenze assegna al Ministero delle Telecomunicazioni ed al Ministero della Difesa diverse gamme di frequenza: al primo è delegata la gestione delle frequenze per un uso civile (ad es. le frequenze radiotelevisive); al secondo la gestione delle frequenze utilizzate da militari e forze dell'ordine (inclusi i vigili del fuoco) per le comunicazioni, i radar, le intercettazioni e la guerra elettronica. Dal momento che la tecnologia RFID/UHF ricade in fasce di frequenza attribuite all'uso militare, le norme ne limitano pesantemente l'uso: secondo queste ultime, "un apparato che genera interferenze deve immediatamente smettere di operare". Ciò serve per garantire sempre il corretto ed efficiente funzionamento degli apparati militari. Come abbiamo visto per i sistemi RFID, è possibile generare impulsi elettrici all'interno di circuiti con un'opportuna "risonanza elettromagnetica". La guerra elettronica consiste proprio nell'identificare le frequenze di risonanza degli apparati militari del nemico e, con apparati non dissimili dai sistemi RFID (solo molto più potenti), tentare di disturbare o addirittura "bruciare" i sistemi elettronici del nemico, rendendo quindi difficili comunicazioni, intercettazioni e rilevazioni radar. Con queste premesse, lo Stato italiano (e con esso altri paesi) non ha potuto accogliere in pieno la raccomandazione CEPT 70-03, che ha come scopo la normalizzazione dell'uso delle frequenze in Europa. Il mancato recepimento di questa specifica impedisce, di fatto, l'uso di apparati RFID/UHF, questo almeno nel futuro prossimo. Il Ministero della Difesa, ritenendo gli apparati RFID/UHF dei sistemi potenzialmente a larga diffusione (controlli di accesso, telefonini, palmari, auto, logistica, supermercati ecc...) non ha concesso le frequenze richieste, in quanto le interferenze generate metterebbero a rischio la sicurezza del nostro paese. Queste stesse norme rischiano fra l'altro di ostacolare la diffusione di un'altra importante tecnologia wireless: WiMAX. Al momento, nel nostro Paese ne è stata consentita la "sperimentazione" in quanto gli apparati utilizzati per WiMAX non sono a larga diffusione e le aree di interferenza possono essere facilmente mappate; ma se in futuro questa tecnologia dovesse diffondersi in modo capillare, potrebbero sorgere non pochi problemi. Va detto che nel passato il Ministero della Difesa ha acconsentito a cedere, dietro compensi anche economici, alcune bande di frequenza che si erano rese necessarie all'uso civile: un esempio è la rete GSM, il cui valore economico è risultato da subito ben superiore a quello strategico. Allo stato attuale, intorno alla tecnologia RFID/UHF gravitano ancora interessi economici troppo scarni per ipotizzare una liberalizzazione delle frequenze a breve termine. Per sfruttare la tecnologia UHF, il Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha sviluppato un protocollo di comunicazione denominato EPC (Electronic Product Code), e gestito dal consorzio EPCGlobal, che risponde a specifiche esigenze business-to-business nel campo della logistica: - possiede un identificativo univoco al mondo (SID); - è possibile aggiungere a tale identificativo i dati descrittivi del codice a barre, come il codice prodotto e il produttore; - trasferisce più informazioni per ogni singolo timeslot; - trasporta dati extra come gli ISO18000-3; - non necessita di una doppia interrogazione e di software specifici per fornire i dati sostitutivi del codice a barre. Questo protocollo permette, con una singola lettura, di ottenere immediatamente i codici prodotto (inseriti precedentemente) degli articoli nel raggio di lettura, cosa che con i tag ISO18000 non è possibile fare. Questo genera una differenza a livello di prestazioni tra le due tecnologie: un reader iso18000 utilizza 2 time-slot più il tempo di lettura delle EEPROM; un reader EPC fornisce tutti i dati necessari di 16 tag con un singolo time-slot. Va ricordato, a tal proposito, che un time-slot è funzione della frequenza: per gli ISO 18000-3 è di 300 ms circa, per le bande UHF circa 100 ms. Questo incremento di prestazioni si traduce in un maggior numero di letture nel tempo, quindi maggiore certezza delle letture. Da diverso tempo i grandi produttori di chip spingono verso il protocollo EPC, che però è stato ideato per sfruttare la tecnologia UHF. Ma Philips ha rotto questo vincolo.
Philips ha studiato un tag di nuova concezione, chiamato ICODE-UID, che usa il protocollo EPC ma funziona sulla frequenza di 13,56 MHz, unendo così i pregi di entrambe le tecnologie. Inoltre, per rispondere alle preoccupazioni in merito alla privacy, Philips ha fornito in questi tag una funzionalità di disattivazione (più comunemente detta "kill"). Questa funzionalità consiste nella possibilità di inserire un codice in un'area di memoria, successivamente non più modificabile, che una volta inviato al chip disattiva il tag per sempre. Il funzionamento sicuro del sistema di disattivazione del tag è legato alla logica di implementazione della stessa da parte del system integrator (se usa un codice 00000 per disattivare il tag, ad esempio, chiunque potrebbe spegnerli come successo in questo caso). La funzione però permette il rispetto della privacy degli utenti come richiesto dal garante. Questa classe di chip, che offre una soluzione semplice ed efficace alla protezione della privacy, apre notevoli prospettive sull'uso della tecnologia RFID nell'ambito consumer. L'altra nota positiva è il costo relativamente basso rispetto ad altri chip ISO15693 o ISO14443. Va notato che questi chip possono contenere solo 196 bit di memoria, a fronte dei 2 Kbit dei chip di Texas Instruments, ma del resto il campo applicativo per cui sono nati, ovvero la logistica business-to-business e business-to-consumer, non richiede la memorizzazione di grandi quantità di dati. Vi chiederete naturalmente perchè parlare di una tecnologia che in Italia non è utilizzabile. Semplice: come prima novità dell'anno troviamo che i chip Philips ICODE-UID sono compatibili con le frequenze a 13,56 MHz, perciò possono essere usati liberamente anche nel nostro Paese. A questo punto è necessario che i produttori di tag (cioè le aziende che producono l'assemblato chip + antenna + supporto) producano tag a 13,56 MHz compatibili con EPC e con chip UID; inoltre è necessario che i produttori di reader adeguino i propri protocolli di lettura integrando i comandi EPC. Tra le prime aziende ad aver introdotto tag EPC in Italia vi è MRFID, un'azienda napoletana che è riuscita a minimizzare i costi di produzione entrando in joint-venture con due produttori cinesi. Il trucco usato per ridurre i costi è semplice: i tag vengono prodotti a mano. Il costo della manodopera cinese è infatti di 84 dollari al mese, molto meno del costo delle apparecchiature industriali per la produzione dei cosiddetti tag "inchiostrati". Le caratteristiche dei due tipi di tag sono diverse: quelli inchiostrati sono estremamente sottili ed hanno la possibilità di essere prodotti in strisce stampabili (da usarsi ad esempio con stampanti tipo le Zebra RFID); i tag prodotti a mano sono più spessi e sono prodotti singolarmente, ed essendo più rigidi non possono essere stampati con le comuni stampanti. I tag con frequenza di 13,56 MHz compatibili con lo standard EPC hanno le seguenti caratteristiche: - 196 bit di memoria, sufficienti per trasmettere elementi beta-descrittivi dei prodotti, come ad esempio il link ad una piccola ricetta di cottura, la data di scadenza di un prodotto alimentare, la certificazione di autenticità di un capo, il codice di attivazione di un programma software ecc.; - il protocollo EPC; - compatibilità con le attuali infrastrutture software e hardware. Tra i difetti di questi tag che vanno messi in conto vi è la ridotta velocità di lettura: rispetto ad un equiparabile tag ISO 15693, le performance di lettura calano di circa il 10%. In compenso tali tag sono l'ideale per le casse automatiche dei supermercati: sfruttando le peculiarità del protocollo EPC, che trasporta nativamente il "codice prodotto", è infatti possibile creare casse automatizzate notevolmente più veloci delle attuali, oltre che dei veri e propri "gate di pagamento" che attraversati con il carrello rilevano tutti i codici prodotto e forniscono il prezzo da pagare in pochissimi secondi. Certi reader sono compatibili con tutti gli standard a 13,56 MHz, sia ISO (15693 e 14443) sia EPC Global. Questo permette di poter passare da una tecnologia all'altra in modo soft. Naturalmente, queste novità aprono scenari che fino ad ora non erano percorribili: - tracciabilità dei prodotti dalla produzione al consumatore; - casse automatizzate più veloci delle attuali a codice a barre; - carrelli elettronici; - prodotti con certificazione di autenticità non craccabile o copiabile; - integrazione degli elettrodomestici con tecnologia RFID, per fornire servizi quali controllo scadenza, suggerimenti di cottura e lavaggio ecc. (naturalmente fruibili se il cliente non ha chiesto la disattivazione del tag alla cassa). Grazie a questa nuova generazione di tag a basso costo e con compatibilità EPC è prevedibile una forte espansione della tecnologia RFID, in Italia come all'estero. Corrado Patierno
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Milano - Il 13 settembre si è tenuta a Milano una conferenza organizzata da IDC Italia dal titolo RFID Strategy and Technology Application Conference. Biglietto da visita sulla tecnologia RFID delle aziende Atos Origin, IBM, SAP e HP, la conferenza ha offerto al pubblico la presentazione di diversi progetti pilota e business-case, coprendo un ampio spettro di esperienze e di metodologie implementative nell'ambito di progetti sperimentali sulle tecnologie RFID. Ad aprire la conferenza è stato Roberto Mastropasqua, TLC research director di IDC Italia, che introducendo gli scenari del mondo RFID ha posto l'accento sull'esigenza di maggiore flessibilità informativa, più investimenti italiani in innovazione (in Italia si spende il 10% del fatturato, in Europa 1/4, in Asia 1/3) e nuove regole per la buona progettazione. Alcune rilevazioni statistiche presentate da Mastropasqua, pur mancando della qualifica del campione statistico, hanno mostrato risultati interessanti. Alla domanda: "Siete a conoscenza dell'offerta di soluzioni basate sulla tecnologia RFID"? Le aziende con un massimo di 249 dipendenti hanno risposto "sì" nel 13% dei casi e "no" nell'87%. Le aziende con oltre 249 dipendenti hanno invece risposto "sì" nel 27% dei casi e "no" nel 73%. La differenza tra piccole/medie imprese e grandi imprese è dovuta essenzialmente alla relativa strutturazione e organizzazione: queste ultime possono infatti contare su un maggior numero di dipendenti, con un aumento dell'incidenza statistica di chi conosce la tecnologia e può divulgarla all'interno dell'azienda, e su specifici staff capaci di osservare le mosse dei concorrenti e studiare le tecnologie che si affacciano sul mercato. Commentando queste cifre, e valutando le indagini statistiche precedenti, il trend di crescita è alto (oltre il 70%), la qual cosa è un ottimo risultato per le aziende che offrono servizi ICT orientati anche all'RFID. Alla domanda: "Prevedete di utilizzare o siete già utilizzatori di tecnologia RFID"? Le aziende di servizi alle industrie hanno risposto "sì" nel 45% dei casi e "no" nel 55%. Le aziende di servizi ai privati "sì" nel 75% dei casi e "no" nel 25%. Come si evince dai risultati, l'interesse all'adozione della tecnologia, anche se diverso da settore a settore, è alto. C'è anche da dire che molti di questi futuri utilizzatori probabilmente usano già (senza saperlo) apparati RFID, principalmente nel controllo degli accessi. Molto interessante è stata anche l'esposizione di una indagine fatta in USA, dove la tecnologia RFID è molto più conosciuta ed utilizzata. Alla domanda: "Cosa bisogna fare per estendere l'uso dell'RFID"? Oltre il 70% degli IT manager intervistati ha risposto: - riduzione del costo dei tag (le etichette intelligenti alla base della tecnologia RFID, NdR); - riduzione del costo dell'infrastruttura; - organizzazione dei partner per filiera. Alla domanda: "In che ambito è necessario un maggior investimento di risorse per la tecnologia RFID"? In ordine di importanza sono state date queste risposte: - lettori di tag - dispositivi handheld - stampanti - hardware - database - business intelligence - middleware. E' chiaro come sia di primaria importanza per l'espansione di questa tecnologia l'investimento in apparecchiature sempre più robuste e cross-technology: uno dei timori più frequenti, per chi investe, è infatti quello di avere a che fare con una tecnologia che può divenire rapidamente obsoleta. Molto interessante è stato l'intervento del prof. Luigi Battezzati, dell'osservatorio sulle applicazioni RFID del Politecnico di Milano, che ha esposto i risultati di una ricerca condotta dal proprio osservatorio su oltre 100 applicazioni RFID in Italia. Lo studio ha tenuto conto della tipologia di applicazioni e tecnologie progettate, quali standard si è deciso di utilizzare e come questi hanno inciso sul processo decisionale che ha portato all'adozione o allo scarto della tecnologia RFID. La ricerca, scaricabile gratuitamente dal sito www.osservatori.net, ha messo in evidenza alcuni elementi degni di nota, permettendo l'identificazione di una "catena del valore" di un'applicazione RFID, classificando le tipologie dei fornitori di soluzioni RFID (consulenti, system integrator ecc...) e come questi si collocano rispetto alle applicazioni classificate nella ricerca.  Lo studio ha inoltre messo in luce la distribuzione statistica delle tecnologie in base alle applicazioni, oltre che agli standard, e i relativi trend di miglioramento/upgrade (di cui si è già discusso negli articoli di Viaggio nel mondo RFID). I dati sembrano dimostrare che il grado di conoscenza della tecnologia da parte degli attori definisce anche la tipologia di progetto (per chi non conosce la tecnologia: studi, analisi su carta, test tecnologici, progetti pilota; per chi conosce la tecnologia: progetti pilota e progetti esecutivi) e ha permesso l'identificazione di un circolo virtuoso e vizioso dei processi decisionali che portano all'adozione e al successo o meno di un'applicazione RFID, fornendo anche gli spunti per passare da un circolo vizioso ad un circolo virtuoso.
Di minore rilevanza è stata la seconda parte della conferenza, che ha permesso comunque agli sponsor la presentazione della loro "vision" progettuale e l'approccio sistemico per i progetti sperimentali RFID. C'è da dire che sostanzialmente la metodologia di approccio progettuale è sempre la stessa, con piccole differenze tra un'azienda e l'altra: alla base di ogni soluzione RFID c'è un approccio strutturato e la possibilità di fornire la consulenza multidisciplinare. Da segnalare però come nessuna azienda, al convegno, abbia mostrato prodotti software o hardware dimostrativi. Inoltre, nonostante gli sponsor siano di valenza internazionale, dalle diapositive mostrate durante il convegno si evince che nessuno di loro ha istituito un laboratorio di sviluppo o di ricerca sul territorio nazionale: tutti i laboratori di ricerca sono presenti nelle sedi principali dislocate altrove, e soprattutto in USA ed Asia, lasciando scoperto invece l'asse italiano della ricerca, uno dei pochi dove il contributo dei nostri ingegneri può essere di valore aggiunto all'economia dei progetti in essere sul territorio nazionale. La terza parte della conferenza è stata molto interessante in quanto sono stati esposti alcuni progetti realizzati dalle società partner che danno la misura delle potenzialità della tecnologie. Tra questi è giusto segnalare: - Atos Oregin: progetto per il miglioramento produttivo della gestione dei kit di montaggio per un'azienda specializzata nella produzione di motori; - HP/SAP: progetto per la tracciabilità della manutenzione dei motori di Trenitalia; - IBM/Valtur: progetto "attuato e funzionante" di interconnessione tra apparati di pagamento RFID/Wifi e AS400 per fornire al cliente una singola card di pagamento; Tutte le presentazioni sono scaricabili liberamente dal sito di IDC qui (è sufficiente cliccare sul link in agenda). La quarta ed ultima parte della giornata ha visto il dott. Massimo Bolchini di Indicod-Ecr (rappresentante in italia di GS1 ed ECR Europe, organismi nati per la diffusione degli standard EAN/UCC e delle metodologie applicative degli stessi a livello mondiale), che ha parlato di EPCGlobal, lo standard dei tag UHF (che attualmente non sono utilizzabili in Italia per problemi con le normative sulle frequenze radio). Va segnalato come HP e Philips stiano collaborando per lo sviluppo e la normalizzazione dello standard EPCGlobal2. Si ringrazia il prof. Battezzati ed il Politecnico di Milano per aver dato la disponibilità alla pubblicazione dei risultati della sua ricerca. Corrado Patierno
Intervista al Prof. Battezzati Corrado Patierno: Nel vostro studio avete analizzato l'incidenza della competenza dei system integrator nel successo di un'applicazione RFID? Luigi Battezzati: La nostra ricerca non aveva l'obiettivo di presentare un vendor rating dei system integrator operanti in Italia, che comunque riteniamo mediamente adeguati alla complessità dei problemi. La nostra ricerca ha analizzato, per la prima volta, i casi di applicazioni RFID in Italia con visite dirette che hanno portato allo sviluppo di specifici business case individuali dove abbiamo descritto le tecnologie adottate, i processi supportati, costi e benefici e infine il processo decisionale di adozione. C.P.: Quanti progetti pilota sono stati trasportati/implementati in produzione? L.B.: La situazione è assolutamente dipendente dal livello di maturità del settore d'applicazione. Per esempio, nel caso del ticketing abbiamo moltissimi progetti che sono già operativi, mentre nel caso dei beni di largo consumo pochissimi progetti pilota sono passati alla fase successiva. C.P.: Per quale motivo? L.B.: Le motivazioni non sono riassumibili in un unico elemento ma principalmente dipendono da costo del tag, stato degli standard, adeguatezza della tecnologia, rischi relativi alla privacy e coordinamento tra diversi attori della supply chain. Ad esempio: nell'ambito della logistica dei beni di largo consumo vi sono molte sperimentazioni, tra cui molto conosciute sono quelle di Wall-Mart in USA, tEsco in UK e Metro in Germania, ma poche implementazioni finali tra cui spicca Marks & Spencer in UK. Il motivo non è solo di "costo" dei tag, ma anche dell'integrazione delle applicazioni "lungo la filiera", allo stato praticamente inesistenti per problemi di coordinamento dei diversi attori che spesso non ritengono di avere gli stessi interessi. Diversa invece è la situazione per i progetti interni alle singole aziende: abbiamo un unico decisore e quindi dove i progetti finalizzati al miglioramento della qualità, livello di servizio e alla riduzione dei costi, passano spesso dalla fase pilota alla fase di implementazione finale. Sono comunque pochissimi i progetti che coinvolgono attualmente più attori della filiera. C.P.: Quali azioni dovrebbero essere messe in campo dal governo o dai privati per espandere le soluzioni RFID? L.B.: Per permettere un'espansione del mercato RFID è necessario che si avviino progetti di filiera che permettano di utilizzare i tag lungo tutta la supply chain. Per realizzare questi progetti è fondamentale il ruolo di un leader di filiera (ad esempio Wall-Mart in USA o Metro in Germania) oppure di una organizzazione di categoria che svolga lo stesso ruolo (come Indicod-ECR in Italia per i beni di largo consumo). C.P.: Secondo i suoi studi, le normative sulla privacy adottate dal garante in merito all'RFID incidono sull'adozione della tecnologia stessa? L.B.: Le norme sulla privacy tutelano essenzialmente il consumatore finale ed oggi impattano poco sullo sviluppo della tecnologia RFID, che riguarda ancora prevalentemente i rapporti tra aziende, la logistica del business to business. Ma senza dubbio la normativa appena definita da Garante in Italia impatta su tre aspetti della nostra vita di cittadini: il divieto di usare RFID per controllare i lavoratori a distanza; il divieto di usare RFID per profilare i comportamenti dei consumatori che usano carte di pagamento o ticketing; il divieto di usare chip RFID sottopelle perché lesivi della dignità della persona. Solo in casi di documentata necessità sanitaria queste tecnologie possono essere utilizzate. Intervista a cura di Patierno Corrado
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Roma - Si possono inserire dei chip RFID nelle banconote? E questo non metterebbe a rischio la privacy degli europei? Dopo le notizie circolate nei giorni scorsi, Punto Informatico lo ha chiesto a Corrado Patierno, esperto italiano del settore, già autore di una guida all'RFID pubblicata dalla rubrica Plug In di Punto Informatico. PI: Corrado, in queste ore c'è chi sta infilando le proprie banconote, euro, in microonde per verificare l'eventuale presenza al loro interno di un chip RFID. Ma ha senso un'operazione del genere? Corrado Patierno: No, non ha senso. Il forno a microonde basa la sua tecnologia sull'uso di onde elettromagnetiche, che entrando in risonanza con le frequenze di determinati composti ne provocano il riscaldamento. Per ben capirci, è come quando si accorda uno strumento a corda, come la chitarra: se suono il DO, oltre a vibrare la corda suonata, vibrano per assonanza tutte le corde sottoarmoniche che corrispondono al DO. Nel caso del microonde, la frequenza utilizzata è quella della comune acqua H2O, come frequenza principale, questo produce "per assonanza" una vibrazione delle molecole che si riscaldano portando l'acqua dallo stato solido (ghiaccio -- scongelamento) a quello liquido (riscaldamento) a quello gassoso (cottura). Ecco spiegato perchè i cibi secchi nel microonde non si scaldano bene (hanno una bassa percentuale di acqua). C'è anche da considerare una cosa, le microonde del comune microonde domestico vengono riflesse dai metalli ed assorbite dall'acqua, se due fasci di microonde si "scontrano" tendono a sommare la loro energia ed a creare fenomeni elettrostatici, ecco perchè nel microonde non possono essere messi oggetti di metallo, perché riflettendo il fascio provocherebbero delle scintille (quelli più moderni, hanno un sensore che permette di identificare se vengono riflesse, interrompendo il flusso ed evitando scintille). PI: Quindi chi ci sta provando è meglio che smetta di infilare banconote in un microonde... CP: Potete provare ad inserire una banconota in un microonde. Possono accadere due cose. Nel primo caso la banconota, anche se tenuta un minuto nel microonde, non si scalda né reagisce. E allora complimenti: avete un microonde di nuova generazione. Nel secondo caso la parte metallica della banconota ovvero la striscia di controllo potrebbe reagire con le microonde creando scintille, sopratutto nelle parti forate, cioè dove è scritto 10 - euro - 10/10, perché riflettono le microonde in maniera diversa dalla parte piena. PI: Confesso che ci ho provato e ho praticamente dato fuoco ad una banconota.. CP: Si, le scintille possono incendiare la carta ed il calore sprigionato dalla combustione può forare la banconota; il fenomeno può accentuarsi se la banconota è leggermente umida, naturalmente non bagnata. In quel caso c'è da chiedersi se non sia il caso di sostituire il vostro vecchio microonde. PI: Procederò senz'altro;) Diciamo quindi che non si scoprono così eventuali RFID.. CP: Per capirlo bisogna considerare che il chip, che tra l'altro è fatto di silicio, non di metallo, di solito viene costruito con parametri particolari per renderlo non attaccabile da fattori esterni. Mi spiego meglio: i chip 15693 resistono al doppio delle radiazioni X che un uomo può assorbire in un anno, senza subire danni. Inoltre il chip è composto da tre strati e ha un certo spessore, mediamente 0,1 - 0,2 mm. Quelli che si vedono sulle piastre madri di tv o apparecchi in genere sono boxati, cioè per poter essere utilizzati necessitano di una struttura rigida su cui viene inserita la piedinatura. Per i chip RFID non è così, in quanto lavorando per "shunt" di antenna con protocollo binario, necessitano solo di due piedini, che messi alle estremità possono ridurre enormemente le dimensioni. Inoltre, con l'eccezione di chip assai costosi oggi in produzione, processori veloci persino più di quelli dei PC, la densità dei transistor è scarsa, per cui necessitano di una lunghezza e larghezza di almeno 2-3 mm. Sono chip che hanno una capacità di 2kbit.. praticamente un miliardesimo di miliardesimo di capacità di un normale processore da PC. PI: Quindi i chip economici nelle banconote neppure volendo potrebbero entrare... CP: Un chip a basso costo, diciamo da 20-25 centesimi, destinato ad essere scadente, dovrebbe avere 2mm di lunghezza, 2mm di larghezza e 0,2 mm di spessore. Ma un chip così si vedrebbe abbondantemente su una banconota. PI: Ma poi il chip RFID ha.. l'antenna... CP: Già. I tag magnetici necessitano di un conduttore organizzato in spire, funzionano un po' come un trasformatore per trasmettere l'energia, ma nelle banconote non ne vedo. Potrebbero essere chip UHF, che sono dei dipoli ideali, cioè con l'antenna metà da un lato e metà dall'altro, sempre conduttori ma non avvolti in spire... Come le banali antenne televisive, quelle sui TV da 14" anni '80. L'antenna potrebbe essere la banda metallica ma dovrebbe essere "spezzata" in due. E poi dalle foto mostrate, i "fori" non sono sempre alla stessa altezza, i segmenti dell'antenna dei tag UHF invece devono essere identici. E la loro lunghezza è funzione della frequenza utilizzata... sempre per l'effetto "risonanza" descritto prima per l'accordatura di una chitarra. Quindi nelle banconote non ci sono i chip perché non si vede nulla a occhio nudo, costerebbe troppo mascherarli così bene e, infine, che senso avrebbero se le apparecchiature per leggerli non sono possedute da nessuno? Come mi potrei mai accorgere che la banconota è vera? PI: Eppure parrebbe, si dice, si narra, che la Banca Centrale Europea stia valutando l'ipotesi di infilare i radiochip nelle banconote. A questo punto sembra una diceria senza senso... CP: Partendo dalle considerazioni che abbiamo fatto, ammettendo miglioramenti di costo per produzioni su larga scala, avremmo chip da almeno 5 centesimi, 10 con l'antenna e con il montaggio. E poi ci sarebbero i costi di boxatura, ossia l'apposizione dello stesso nella banconota ed essendo carta filigranata i costi sarebbero molto alti... Ma non solo. Non dimentichiamoci che un tag se non letto per 5 anni perde la memoria divenendo inutilizzabile. Oltre a perdere il codice, perde anche il firmware con il protocollo di comunicazione... diviene un pezzo di pietra inutile. Tutto questo per i chip magnetici; quelli UHF hanno un costo doppio, se non anche triplo, e non possono essere utilizzati in Italia per le normative stringenti sulla radioemissione. PI: Quindi chi teme per la propria privacy può stare tranquillo? CP: Secondo me è un progetto non fattibile. O meglio: perchè mettere dei tag RFID nelle banconote quando questi ultimi li troveremo nelle Mastercard e nelle Visa dall'anno prossimo? Tutti potranno pagare con transazioni bancarie dirette e sicure in RFID... costa di meno.. è più sicuro. Allo stato attuale della tecnologia, il rapporto costo/benefici non c'è per un lavoro come l'inserimento dei chip nelle banconote, ed anche l'uso che se ne potrebbe fare viola il protocollo di Sidney sull'RFID, dove si dice esplicitamente che nessuno deve essere profilato mediante i tag RFID, ed a cui il nostro Garante della Privacy ha aderito. PI: Gli RFID in effetti sono ormai sempre più diffusi. Parlando in generale, il timore che possano violare la privacy è un'esagerazione? In effetti l'idea di infilare tutti i prodotti acquistati in un supermercato nel carrello e non dover fare la fila alla cassa è attraente.... CP: Esistono ancora molti problemi tecnologici prima di arrivare a non fare fila alla cassa. Direi che l'RFID può essere un valido strumento per la tracciabilità. Pensiamo a tag sulle sacche di sangue: se le procedure avessero sempre previsto la loro verifica durante la catena prelievo-donazione ci sarebbero stati molti morti in meno per errore. Stessa cosa dicasi per i farmaci o per il settore alimentare/manifatturiero. Intervista a cura di Paolo De Andreis
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Con alle spalle cinque articoli di approfondimento sulla tecnologia RFID, diamo ora uno sguardo alle implementazioni di tale tecnologia destinate ad influenzare maggiormente il nostro vivere quotidiano. Ho scelto così di dedicare quest'ultimo articolo a quelle idee rivoluzionarie, pronte per la grande diffusione, che cominceremo a vedere già dal prossimo anno. I primi che adotteranno la tecnologia RFID su larga scala (per essere più precisi, parliamo di tecnologia "contactless", o senza contatto) saranno le aziende di carte di credito (per intenderci: Mastercard, Visa, ecc...). Entro la fine dell'anno 2005 saranno distribuite le prime card contactless che non necessiteranno più l'amata/odiata "strisciata": sarà sufficiente avvicinare la card al lettore POS appositamente equipaggiato di lettore RFID per eseguire la transazione finanziaria. Naturalmente questi sistemi sono equipaggiati di meccanismi anticlonazione simili a quelli adottati per le attuali card magnetiche. Attualmente nel mondo, in particolare nel sud est asiatico, sono già presenti sistemi RFID di pagamento basati su tecnologia ISO 18092, equipaggiati con 2 o 4 KB di memoria. Questa tecnologia, che Sony chiama Felica, è figlia di due tecnologie ampiamente conosciute: la ISO 15693, che si occupa dell'univocità del numero seriale a livello mondiale, dello standard di frequenza e delle boxature, e la ISO 9798, relativa invece al protocollo di comunicazione a mutuo riconoscimento o più precisamente "procedura mutuale di riconoscimento": l'incrocio di questi due standard ha permesso la produzione di una card specifica per transazioni economiche, in quanto: - il protocollo di mutuo riconoscimento impedisce la lettura della card attraverso un semplice lettore non pre-programmato per le transazioni; - il numero seriale univoco garantisce l'univocità e la non clonabilità della card. Il funzionamento del protocollo di mutuo riconoscimento è decisamente complesso. Semplificando, funziona così: 1) il reader genera il campo magnetico e la card viene alimentata; 2) la card risponde con un codice binario sempre identico per tutte le card che segnala "è presente una card nel raggio del lettore". Se sono presenti due card contemporaneamente, il sistema è studiato per generare una collisione volontaria e fermare la transazione; 3) il lettore invia un codice di riconoscimento, questo codice di norma è scritto su di una card SAM (tipo le schede dei cellulari) presente all'interno del POS: questi ultimi, in caso di apertura, hanno un sistema che cancella automaticamente la card in risposta a qualsiasi tentativo di clonarla. I codici vengono di norma scritti dal fabbricante; 4) la card analizza il codice con l'algoritmo di mutuo riconoscimento, se l'algoritmo decodifica il codice in maniera positiva invia un suo codice al lettore; 5) il lettore decodifica il codice con lo stesso algoritmo della card e se positivo invia il comando di inizio transazione; 6) la card, riceve il comando di inizio transazione ed invia, criptandoli con l'algoritmo di mutuo riconoscimento, i dati in essa contenuti; 7) il reader riceve i dati, li decodifica e termina la comunicazione spegnendo il campo magnetico; 8) il POS processa le informazioni derivate dal reader come se le avesse ottenute mediante la classica "strisciata". Come è facile notare, la comunicazione è molto complessa (molto più complessa della ISO 15693 dove il reader chiede chi c'è nel campo e i tag rispondono con il proprio seriale) ma è anche estremamente sicura: è praticamente impossibile leggere il campo elettromagnetico con un'altro lettore, in quanto quest'ultimo disturberebbe il primo non rendendo possibili le comunicazioni. Nell'ambito della diffusione mondiale delle tecnologie contactless per i pagamenti non esisterà un solo standard: allo stato attuale, in Europa, Mastercard ha scelto il protocollo di comunicazione ISO 14443 tipo C (negli articoli precedenti ho spiegato il tipo A e B, il tipo C è denominato sistema PayPass): questo tipo specifico usa lo standard 14443 di trasferimento dati adottando però come protocollo di comunicazione quello di mutuo riconoscimento, ottenendo quindi la stessa sicurezza delle card Felica ma maggiore compatibilità con le apparecchiature RFID e i software attualmente in commercio. Vi è poi un'altra cosa da chiarire nel panorama delle "crypt card": esistono alcuni vendor che forniscono card con un presunto "file system" nascosto o personalizzato. E' bene specificare che solo gli standard ISO 14443 tipo C e ISO 18092 sono certificati con il protocollo sopracitato, tutti gli altri non hanno fatto altro che "scrivere e leggere" i dati in forma criptata sulle card. Per intenderci: i dati sono sempre tutti leggibili, ma sono scritti in forma criptata da un lettore personalizzato sul cliente: il protocollo di mutuo riconoscimento invece non effettua la comunicazione se reader e tag non si riconoscono reciprocamente. E' anche semplicemente chiaro che, costruire un reader con un algoritmo di crittazione dei dati in scrittura e lettura sui tag è fattibile con le stesse prestazioni attraverso un semplice software e non offre sicurezza adeguata su grandi volumi; inoltre, essendo l'identificativo del tag leggibile, non tutela a sufficienza la privacy dell'utente. E' anche chiaro che trasmettere dati sensibili in forma criptata è inutile: i dati sensibili "devono" essere inglobati in un database del cliente a cui è legato il codice univoco, proteggendo il database si proteggono i dati. Un altro grande cambiamento già in previsione è il rilascio del famoso passaporto elettronico: questo sarà molto simile al passaporto attuale, solo che all'interno verrà implementata una card ISO 14443 (Tipo A, si sta discutendo per il tipo C), prodotta da Sharp, con ben 1 MB di memoria che consente l'inserimento, in modalità cifrata, dei dati come impronte digitali, fotografie ed eventualmente, in futuro, addirittura i parametri di ricognizione necessari per l'iride o per il riconoscimento facciale. L'introduzione di questi sistemi è destinato a cambiare radicalmente il nostro modo di interagire con dispositivi e servizi, e soprattutto, è destinato a stabilire nuovi compromessi fra esigenze di controllo e privacy. Corrado Patierno
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