Perchè l'RFiD non decolla?
Sono diversi i motivi per cui il mercato RFiD in Italia non decolla. Analizziamo la situazione:
False aspettative sull'RFiD
Il primo motivo di "Stop" all'RFiD è dettato dagli operatori che in italia si occupano della diffusione della tecnologia: Troppo spesso questa viene spacciata come "la soluzione per tutto" e come una tecnologia in grado di "fare tutto". Niente di più falso! Questa tecnologia può migliorare molto la vita quotidiana ed il processo di business applicando il concetto di "internet of things" o per essere un pò meno criptici, realizzare quelle soluzioni software in grado, attraverso l'RFiD di permettere la trasmissione di informazioni dagli oggetti agli operatori ed ai sistemi, comportandosi sia come repository di memorizzazione (la memoria del transponder), sia come puntatore logico attraverso l'UID ad entità dinamiche (i database industriali che contengono le informazioni).
La non chiarezza e trasparenza, nonchè il tenere spropositatamente "gonfio" il prezzo della tecnologia ha permesso a questi "quattro cavalieri dell'apocalisse" di schiacciare il mercato e non espandere la tecnologia in italia.
Custom Transponder
La premessa necessaria a qualsiasi indagine sulla produzione e sull’impiego delle tecnologie RFID è che ambiti applicativi diversi richiedono tecnologie (e quindi prodotti) diversi. In altre parole, non esistono ad oggi soluzioni “chiavi in mano” valide per tutti gli ambiti merceologici: (quasi) ogni progetto richiede ricerche ed applicazioni specifiche.
Se prendiamo ad esempio un grande magazzino, troveremo che il tag RFID da impiantare all’interno del segmento “abiti” è diverso da quello utile nel segmento “contenitori in plastica”: questo perché le modalità di rifrazione/taglio di frequenze delle onde inviate dai tag variano a seconda delle superfici e dei tessuti impiegati o attraversati. Non tenere conto di queste differenze porta a applicazioni inefficaci.
Da qui costi elevati di ricerca e sviluppo, e rallentamenti nella penetrazione di mercato della tecnologia: le caratteristiche del singolo RFID vanno studiate e implementate caso per caso.
Stato dell’Arte
Quali gli ambiti applicativi consolidati?
Ci sono oggi sperimentazioni in tutti gli ambiti industriali e commerciali, e sono molti i campi in cui le RFID hanno già cominciato a dispiegare le proprie potenzialità. Tuttavia, una differenziazione va operata a seconda degli ambiti geografici di cui si parla: in Italia (ed in una certa misura in Europa) siamo ancora piuttosto indietro; i paesi di punta sono quelli dove esistono mercati più fiorenti, e cioè quelli estremo orientali (Cina e Giappone in testa) ed in subordine gli Stati Uniti. Quindi, nelle aree in cui il mercato è in espansione, si sviluppano progetti più ampi e ambiziosi e contestualmente fioriscono tentativi di applicazione delle tecnologie su scale differenti (talvolta anche a livello di singola azienda).
In Cina, in particolare, si assiste ad un processo di sperimentazione (e poi di introduzione a regime). delle tecnologie RFiD lento ma costante. A trainare la carovana sono le grandi istituzioni pubbliche: in diversi ministeri, ad esempio, le RFID vengono già oggi impiegate per la tracciabilità dei documenti ufficiali. Sempre in Cina, inoltre, applicazioni consolidate esistono già nel campo della movimentazione merci e del ticketing (leggi: check in check out dei passeggeri in aereoporti).
A questa vivacità livello di ambiti applicativi, fa da contraltare altrettanta dinamicità a livello di produzione di tecnologia. Anche qui, la presenza di un mercato fiorente ha portato allo sviluppo di una costellazione di aziende, che interagiscono ed in alcuni casi collaborano tra loro in sedi di ricerca e sviluppo [questo anche in ragione del fatto che nessuna realtà di piccola o media dimensione sarebbe in grado di fare ricerca e sviluppare da sola il prodotto necessario ad ogni dato mercato. È tanta la vivacità dei mercati, in questi paesi, che in alcune aree (ad esempio l’area metropolitana di Shenzen) sono già nati dei “Cash and Carry” di prodotti RFID, dove le imprese interessate trovano tutte le soluzioni necessari per loro.
Negli Stati Uniti le applicazioni più ampie e colsolidate restano quelle iniziate già nel 2003 dalla catena di grande distribuzione Wal Mart e dal Ministero della Difesa. Si tratta di macro- progetti che mettono in rete le diverse esperienze condotte, su scala più ridotta, dalla stessa catena e dai suoi fornitori. L’ obiettivo di Wal Mart è quello di arrivare, nel tempo, a inserire un RFID in ciascuno dei prodotti che vende: ad oggi tuttavia microchip di tipo RFID sono impiegati solo in alcuni dei punti vendita della catena (stima: 10% del totale). Il freno principale rispetto alle possibilità di impiego standard su tutti i prodotti è dovuto alla necessità di impiegare chip diversi per le diverse tipologie merceologiche (ci vorrebbero almeno 20 tipi di RFID diversi per “coprire” tutte le tipologie di oggetti venduti dalla catena e su ogni singolo prodotto vi sarebbe un’efficienza differente).
Sono invece pervasivi gli impieghi dei chip per la gestione della logistica, a tracciare le relazioni tra la catena ed i suoi fornitori.
In Italia, per converso, le tecnologie RFID non hanno ancora trovato impiego standardizzato su larga scala in alcun ambito. Esistono per converso diversi progetti- pilota, in ambiti diversi: si va dal settore aeroportuale (RFID impiegati per la gestione sperimentale di alcuni varchi merci di Malpensa) alla movimentazione delle merci (gestione e controllo dei container, a Vicenza) all’esperienza dell’ATM a Milano. Tuttavia, sono molte le storie di insuccesso in questo senso: sperimentazioni fallite, progetti- pilota pensati e mai realizzati, etc.
In generale, l’iter che porta alla stabilizzazione d’uso della tecnologia è del tipo seguente: prima si fa una sperimentazione su scala limitata in un progetto pilota; quindi, se l’applicazione ha successo, la si “stabilizza” come standard in un ambito circoscritto, salvo poi eventualmente allargarne l’uso ad un comparto intero.
Le prospettive
In prospettiva, il range degli ambiti applicativi per le RFID è delimitato solo dalla fantasia. Sicuramente, almeno per quanto è dato vedere fino ad oggi, i settori dove le tecnologie in oggetto potranno dispiegare i vantaggi più tangibili e corposi saranno:
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certificazione di autenticità
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logistica (c.d. “spunta alla ribalta”)
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controllo di qualità dei passi di produzione
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sigilli di garanzia
Le ragioni del ritardo italiano
Dietro alle difficoltà sopra documentate ci sono cause diverse:
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Deficit di competenze e cultura tecnologica da parte di coloro che dovrebbero implementare gli strumenti RFID entro gli ambiti dati
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Impossibilità materiale per le singole aziende di affrontare gli elevati costi di R&D associati alla singola applicazione, mancanza di un mercato di competitor ed acquirenti sufficientemente ampio, ridotta attitudine alla collaborazione tra singole imprese dello stesso campo.
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Incertezza rispetto ai ritorni economici degli investimenti compiuti, per cui molti rinunciano ad affrontare i costi di ricerca (che sono spesso nell’ordine di decine di migliaia, o centinaia di migliaia di euro)
Questo atteggiamento attendista/ impaurito, tuttavia, rischia di avere pesanti ricadute in futuro. Imparare a conoscere ed usare la tecnologia oggi, infatti, consentirà di comprendere meglio (e anche di sprecare meno denaro) domani, quando le tecnologie RFID saranno consolidate e non sarà possibile fare a meno di impiegarle nel proprio ambito produttivo/ merceologico.
Dalle RFID come vantaggio alle RFID come bisogno
Oggi, l’impiego delle RFID viene visto dai produttori e dai potenziali acquirenti tutt’al più come una sorgente (potenziale più spesso che acclarata) di vantaggio. Il quadro, potrebbe mutare anche rapidamente laddove i vantaggi associati al suo impiego venissero compresi e condivisi appieno dagli addetti ai lavori e dal grande pubblico, divenendo un bisogno più che non un esotismo per smanettoni. Se io mi rendo conto che posso acquistare il biglietto del concerto semplicemente “puntando” il mio cellulare (dotato di tecnologia NFC) sul manifesto del concerto, e posso accedere allo stesso concerto senza alcun biglietto, attraverso il semplice riconoscimento automatico del mio cellulare ai varchi di ingresso, comincio a percepire la presenza dei RFID sul mio cellulare come una caratteristica necessaria, e non più come una arcana diavoleria per smanettoni.
Tra l’altro applicazioni del tipo descritto, già tentate con successo in paesi non lontani come la Turchia, potrebbero altrettanto bene essere realizzate anche in un paese come l’Italia, dove il tasso di penetrazione dei telefoni cellulari è tra i più alti di tutto l’Occidente. Nel momento in cui la consapevolezza rispetto alle nuove possibilità data dalle tecnologie RFID diverrà condivisa, spiega Patierno, si potrebbe arrivare rapidamente ad una situazione in cui “non si possono non avere gli RFID montati sui propri cellulari” (leggi: quando la tecnologia RFID verrà percepita come un bisogno, essa si potrà affermare rapidamente).
Il mercato delle RFID
Il mercato delle RFID, almeno in Italia, è ancora un mercato depresso. In Europa, anche grazie ai provvedimenti in favore della liberalizzazione delle frequenze varati dalla Commissione, il mercato si sta gradualmente allargando. Migliori sono le condizioni negli Stati Uniti, ed ancor più in Estremo Oriente.
Nel nostro paese, anzitutto, sono relativamente pochi gli attori che si occupano di RFID. Certo, c’è chi ne parla (ad es. la Fondazione Bordoni, o il Garante od il Ministero). Ma sono pochi coloro che si occupano del settore a livello industriale.
Nel merito, la filiera industriale relativa alle RFID è concettualmente scomponibile in due sotto- filiere: da una parte la filiera b2b, dall’altra la filiera b2consumer. Ad oggi, tale differenziazione non è ancora visibile in pratica, ma mano a mano che le RFID si affermeranno saranno le tecnologie stesse a marcare la differenza tra i due segmenti. Infatti in ambito b2b si useranno tecnologie radianti, per poter fare letture multiple su lunghe distanze (un esempio per tutti: la logistica).
In astratto, possiamo raffigurare la filiera come composta da tre attori principali:
Ciò detto, almeno per quanto riguarda il sub- segmento b2consumer, molto del successo delle RFID dipenderà dall’atteggiamento delle grandi società di telefonia. Quando le Telco decideranno di investire sulla tecnologia NFC (Near Field Communication), allora le porte si potrebbero aprire per una quantità virtualmente sconfinata di applicazioni via cellulare.
Profili di Privacy
Il grande fratello è già qui
Già oggi, costruire identità fasulle è semplicissimo. E semplicissimo è anche reperire (comprandole o trafugandole) tutte le informazioni che si posso desiderare, su chicchessia. In questo senso, possiamo dire che per praticare furti di identità (o di pezzi di identità) non c’è alcun bisogno delle RFID "a più persone do i miei dati, più sono esposto".
Al contrario, l’impiego della tecnologia RFID renderà più difficile la pratica del furto d’identità. Si pensi per esempio alle carte d’identità: oggi è relativamente semplice rubare o falsificare una carta d’identità. Domani, quando ogni carta d’identità sarà associata ad una stringa numerica univoca, sarà possibile disattivare la carta non appena essa viene smarrita, e risulterà impossibile falsificarla.
Certo, se si usano delle RFID con chip “open” (cioè prive di numero seriale univoco), il rischio di essere clonati è estremamente alto. Ma è sufficiente usare dei chip a seriale unico per rendere le attività di contraffazione più difficili, se poi volessimo tutelare anche gli “eventuali” dati in esso contenuti, potremo usare dei chip cript, che possono essere violati, ma con attrezzature e conoscenze da ricerca universitaria.
Certo, se quando ad esempio porto a casa un nuovo Rolex decido di mantenere attivo il tag RFID ad esso associato, ed il tag non impiega metodi di crittaggio dei dati, allora potrei essere facilmente tracciato. Ma gli strumenti per tutelarsi (in termini tecnologici e di scelta individuale del consumatore) ci sono tutti. Inoltre, il grado di rischio per l’utente finale sarà funzione anche della qualità complessiva del sistema congegnato: se system integrator ed azienda hanno pensato l’impiego del tag RFID in modo intelligente (per esempio impiegando tecnologie di crittaggio dei dati personali, o prevedendo un comando automatico di disattivazione delle parti di chip che contengono dati personali all’atto dell’acquisto) i rischi per l’utente finale saranno ancor più limitate. E similmente saranno limitati i rischi se l’utente avrà consapevolezza rispetto alla presenza ed al modo di funzionamento del RFID montato sulla merce acquistata.
Inoltre, non dimentichiamo che le RFID nascono per consentire l’identificazione dei prodotti, non degli utenti: se non si inseriscono informazioni relative a questi ultimi, i rischi di uso distorto dei segnali RFID si riducono di molto. Sotto tutti questi punti di vista, quindi, una buona progettazione del sistema consente di superare molti dei rischi potenziali in ordine alla privacy.
Un discorso analogo può essere fatto rispetto ad un’altra preoccupazione ricorrente associata alle RFID: quella cioè di poter essere invasi di pubblicità indesiderata a partire dai dati che seminiamo. Anche qui, siamo noi a fornire quotidianamente i dati in ordine alle nostre abitudini d’acquisto (attraverso le nostre tessere- socio, attraverso iscrizioni online e offline) e anche qui è già massiva la quantità di pubblicità indesiderata che riceviamo.
In un mondo popolato di RFID, non vi sarà alcun mutamento qualitativo sotto questi punti di vista: se noi non daremo la nostra disponibilità ad essere tracciati o contattati, questo non accadrà. E viceversa.
Normativa
A livello normativo, non esistono nel nostro paese (né in Europa, né in altre parti del globo) leggi specifiche atte a regolare l’impiego delle RFID. Allo stesso tempo, tuttavia, le regole esistenti in materia di privacy sono più che adeguate a tutelare i cittadini: in Italia, ad esempio, è già oggi prevista la proibizione di “profilare” gli utenti (a meno di loro esplicito consenso) ed è parimenti proibito l’”impianto” sul corpo di qualsiasi artefatto atto a controllare e tracciare i comportamenti.
A normativa vigente, per fare un altro esempio, il venditore è già tenuto a disattivare il tag RFID eventualmente presente su un bene al momento del perfezionamento dell’acquisto.
Dal lato della relazione tra azienda ed impiegato, d’altra parte, esistono norme altrettanto severe. Quando, in passato, si sono scoperti casi di uso fraudolento dei tag RFID da parte di aziende del nostro paese, i giudici hanno punito le violazioni in modo esemplare (in un caso, ad esempio, l’azienda X aveva impiantato dei tag RFID nei badge dati ad alcuni dei suoi dipendenti, e piazzato dei reader in diverse zone dell’azienda, per tracciare i movimenti dei soggetti),
Per converso, la normativa avrebbe probabilmente bisogno di trovare un aggiornamento per quanto concerne la regolamentazione delle responsabilità degli intermediari informativi. In questo ambito, infatti, la norma è lacunosa e male applicata.
Alla luce di quanto siamo venuti dicendo, non sarebbe neppure utile normare in dettaglio l’impiego delle RFID: diversamente dovremmo pensare di creare nuove leggi per ogni nuova tecnologia che viene sviluppata. A tutelare i cittadini ed i consumatori dovrebbero invece intervenire adeguate attività di informazione e sensibilizzazione: con un semplice marchio sul prodotto taggato, i consumatori potrebbero sapere della presenza di un tag RFID; con adeguate campagne di informazione potrebbero capirne le implicazioni e decidere autonomamente se schermare, o disattivare (o magari lasciare attivo) il tag.
E si torna al tema di cui sopra: quando il sistema è fatto bene, esso prevede sempre adeguati strumenti di controllo per l’utente.
La verità è che le RFID non sono nient’altro che un layer di comunicazione, e come tali vanno trattate.
Il tema della consapevolezza
Il vero tema, è quello della consapevolezza dei cittadini rispetto alla protezione della propria identità. Si tratta, in altri termini (ed a monte del ragionamento specifico sulle RFID) di acquisire coscienza rispetto ai rischi associati alla circolazione ed ai possibili usi fraudolenti dei dati personali individuali.
Inoltre, il crescere della consapevolezza dei cittadini rispetto alla presenza ed alle caratteristiche dei tag RFID consentirà di superare virtualmente tutti i problemi ipotizzabili: nessuna forma di spionaggio sulla mia carta di credito contactless, ad esempio, è possibile se solo io doto il mio portafogli di un semplice lamierino in metallo.
Oggi, questa consapevolezza diffusa ancora non esiste, e questo impone gravi limitazioni alla possibilità delle tecnologie RFID di dispiegare appieno le proprie potenzialità. Oltretutto, dato ancor più grave, la consapevolezza dei benefici potenziali associati alle RFID non manca solo a livello di cittadinanza, ma anche (almeno in Italia) a livello di attori industriali e progettisti: è così grande il deficit di “intelligenze” singole e di “sistema” tra di esse, che solo ora stanno nascendo i primi corsi di formazione nel settore. In particolare, pongo l'accento sui “Corsi di certificazione RFID”: realizzati in collaborazione con i principali player italiani del settore (Calearo Group, Caen Italia, MRFID) essi puntano a formare system integrator competenti e consapevoli.
Dal punto di vista della cittadinanza, una “chiave” importante sarebbe riuscire a creare percorsi di apprendimento e sensibilizzazione sulle RFID all’interno delle scuole. Se riuscissimo a coinvolgere gli studenti in esperienze di progettazione e impiego delle tecnologie RFID (ad esempio con applicazioni collegate alla telefonia) otterremmo come risultato cittadini più consapevoli, e competenti, domani.
L’insostenibilità (tecnologica ed economica) di una “Echelon RFID- based”
Immaginare un sistema di spionaggio basato sulle RFID è irrealistico per diverse ragioni.
In primis, progettare e realizzare sistemi di monitoraggio su larga scala è irrealizzabile dal punto di vista tecnologico. Si consideri ad esempio che, solo in Italia, viaggiano ogni anno tra i 50 ed i 100 miliardi di beni: se anche ciascuno di questi beni fosse equipaggiato con un tag RFID, e qualcuno provasse a “intercettare” le informazioni veicolate dagli stessi tag, tanto il tracking quanto l’elaborazione dei dati sarebbero irrealizzabili. Questo perché, semplicemente, non esiste (né sarebbe conveniente creare) un elaboratore che svolga un lavoro di questo tipo.
Il secondo aspetto ha a che vedere con i profili economici.
Non solo: sui grandi numeri, spiare attraverso trasponder RFID non è tecnologicamente praticabile (vedi sotto). E non è economicamente praticabile "ci sono tecnologie che consentono di fare le stesse cose a costi molto più bassi".
Oltre ai fattori economici, inoltre, a disincentivare lo spionaggio via RFID vi sono anche motivazioni di carattere tecnologico. Qui, il punto è che ai fini dello spionaggio industriale oggi c’è già tutto quello che serve, sia in termini di strumenti di “offesa” che di “difesa”. E le tecnologie oggi disponibili consentono di praticare la raccolta e l’elaborazione dei dati in modo più economico di quanto non accadrebbe con RFID: non si vede allora perché eventuali malintenzionati dovrebbero abbandonare i sistemi consolidati e, affrontando tra l’altro costi elevatissimi, passare a sistemi di tracking ed elaborazione basati sulla tecnologia RFID.
I rischi per la salute
A questo livello, possiamo dire che la tecnologia RFID UHF non è ancora stata impiegata a sufficienza per poter valutare i rischi effettivi. Inoltre, gli studi ad oggi effettuati si concentrano solo sugli effetti di radiazioni omogenee per frequenza ed intensità, mentre i segnali RFID sono diversi a seconda che si parli di emissione o risposta. Mancano del tutto studi epidemiologici (tranne il c.d. studio “Reflex”). Per la tecnologia HF (e.g. NFC) invece, l’uso costante dei sistemi antitaccheggio nei supermercati da decine di anni in tutto il mondo, che viaggiano su frequenze simili, può farci dormire sogni più tranquilli.
-- Questo articolo è stato redatto in collaborazione con il dott. Giovanni Arata --